Motivazione di sole undici parole per dire che le accuse reggono
PESCARA. Le porte del carcere non si aprono. Undici parole bastano al gip, Maria Michela Di Fine, per negare la libertà all'ex presidente della giunta regionale, Ottaviano Del Turco e al suo segretario, Lamberto Quarta. E' una frase secca, essenziale, sembra una stoccata di sciabola, quella del giudice che alla difesa non concede neppure un appiglio in più per presentare un controricorso. «Non sono sopravvenuti elementi nuovi rispetto a quelli indicati nell'ordinanza di custodia cautelare».
Parole che per ora non spalancano le sbarre del supercarcere di Sulmona a Del Turco e del San Donato di Pescara a Quarta.
Il giudice non fa riferimento agli accertamenti bancari, ancora in corso, sui parenti dei due indagati. Né dice che i pm sono ancora a caccia del presunto «tesoro» di Del Turco: 5,8 milioni di euro che il re delle cliniche, Vincenzo Angelini, sostiene di aver sborsato dal 2006 fino a gennaio del 2008. Di Fine non scrive che sarebbe prematuro rimettere in libertà i due indagati con le indagini in corso. Si limita a dire che dal 14 luglio, il giorno degli arresti, fino a ieri mattina, non è cambiato nulla: le ipotesi d'accusa restano pesanti.
PARTE IL FAX. Alle 11,25 di ieri il giudice firma il provvedimento che viene inviato per fax alle due carceri e al difensore, Milia. Dopo di che procura e ufficio del gip diventano inaccessibili. Il no del giudice alla libertà, o agli arresti domiciliari, per Del Turco e Quarta si basa su tre punti.
Il primo è una sorta di caposaldo dell'accusa. Lo ritroviamo sull'ordinanza del gip, a pagina 437, e sulla richiesta degli arresti (presentata il 22 maggio) dove gip e magistrati (Trifuoggi, Di Florio e Bellelli) scrivono: «L'estrema gravità dei fatti contestati, soprattutto con riguardo alla posizione di Del Turco, Quarta, Cesarone e Boschetti, e la loro sistematica reiterazione nel tempo denota un profilo delinquenziale non comune che lascia ritenere pressocché certa, indipendentemente da dimissioni dai rispettivi incarichi pubblici, la reiterazione dei medesimi reati per i quali si procede».
E' il passaggio più pesante dell'ordinanza: in sette giorni, secondo il giudice, non è emerso alcun elemento nuovo che possa confutarlo. Ciò vuol dire che, sempre ai fini processuali, anche gli interrogatori di garanzia, di Del Turco e Quarta, non hanno indebolito le accuse.
LE LORO DIFESE. L'ex presidente Del Turco, giovedì a Sulmona, non si è sottoposto all'interrogatorio, ma ha solo reso dichiarazioni spontanee, di contenuto politico, accusando l'ex giunta di centrodestra dello sfascio della sanità abruzzese. Lamberto Quarta, interrogato venerdì nel carcere di Pescara, ha invece risposto alle domande del giudice Di Fine, semplicemente con una frase, «Non ho preso tangenti da Angelini» che però, il 6 maggio scorso, fornisce ai pm elementi dettagliati. Racconta l'incontro con Quarta, del 24 ottobre 2007, nella pasticceria Veronese in via Pescara a Chieti Scalo e la consegna di 100 mila euro di tangente. La procura trova riscontri bancari (la richiesta di prelievo di 100 mila euro, datata 24/10/2007, della Villa Pini d'Abruzzo Srl, diretta alla Banca di Roma sede Chieti Scalo) e la barista-testimone, B.A., che assiste all'incontro dei 100 mila euro.