L'annuncio ai pm «Mi sono dimesso da consigliere»
PESCARA. «Sì, è vero, nel 2005 ho incontrato Angelini. Ma dei 500mila euro non ne so niente». L'ex assessore Vito Domenici, incalzato dalle domande, alla fine ammette l'appuntamento col re delle cliniche private. Ma quando si parla della tangente dell'autostrada dice: «Non ho preso i soldi».
AL CASELLO. L'incontro al casello autostradale di Pratola Peligna dell'A25 Torano-Pescara, che risale al 9 febbraio 2005 e che, secondo l'accusa, inchioda Domenici insieme a Masciarelli per i reati di concussione e tentata concussione, è l'argomento-principe dell'interrogatorio dell'ex assessore, uomo di Forza Italia prima, dell'Udc poi, del gruppo misto e infine riaccolto nel Pdl. Una tangente che sarebbe chiesta e ottenuta «nella fase delicata, immediatamente precedente l'atto finale della prima cartolarizzazione, ovvero il pagamento delle somme oggetto di transazione e, quindi, sfruttando tale particolare momento in cui era effettivamente nelle condizioni di bloccare o semplicemente ritardare l'operazione», come gli contesta il gip.
IL MILIONE. Per l'accusa si trattava, inizialmente, di un milione ridotto a 500mila euro dopo un consistente «sconto». Soldi che Angelini avrebbe dovuto sborsare in seguito alla felice conclusione dell'operazione-debiti e che erano stati chiesti proprio attraverso la figura di Masciarelli. Inizialmente Angelini si era rifiutato di pagare e a questo punto, per i pm, sarebbe stato minacciato. Era stato, poi, lo stesso Domenici a richiedere «insistentemente» i soldi: «Se vuoi che la cartolarizzazione si chiude bene, questo è». La prima tranche dei 500mila euro, secondo l'accusa, era stata promessa e consegnata, mentre la seconda parte non era stata poi effettivamente sborsata. «È vero», ammette Domenici nell'ora di interrogatorio di fronte al gip e ai tre pm. «A quell'epoca ho incontrato numerosi imprenditori della sanità privata e tra questi, quindi, pure Angelini. Ma dei soldi, ve lo ripeto, non so nulla e non li ho presi». L'ex assessore Vito Domenici, insomma, non nega quello che, secondo l'accusa, che ha i riscontri in mano, evidentemente non può negare. Sulla minaccia di far saltare tutto il banco della cartolarizzazione («ché se questi vincono, poi, tu sei un uomo morto», questo il messaggio riferito da Angelini alludendo alle elezioni), l'ex assessore respinge l'accusa di aver fatto pressioni. L'accusa, a questo punto, incalza Domenici: «Perché quella delibera fu predisposta da Masciarelli?». «Perché fu proposta in giunta proprio da lei?». Anche in questo caso l'ex assessore alla Sanità (in carica da ottobre 2003 a maggio 2005) si difende: «Tutto regolare, tutto dimostrabile, nessun reato». Sui rapporti con Masciarelli, in particolare, Domenici conferma il ruolo di consulenza conferito al manager esperto di conti. Del resto, di lui Domenici ha sempre avuto un'alta considerazione. «Per reputazione, capacità e accreditamento professionale gode della piena fiducia del mio assessorato», diceva quando era a capo della Sanità abruzzese. Nell'interrogatorio vengono esaminate tutte lre accuse a carico di Domenici che sceglie di rispondere a tutte le domande respingendo le accuse. Avviene così per la cartolarizzazione «fraudolenta», per cui Domenici deve rispondere dell'ipotizzato reato di truffa. Ed è così anche riguardo alla delibera sul riconoscimento dei debiti delle Asl nei confronti delle cliniche, «imposta», per i pm, da Domenici, Masciarelli e Pace mediante l'inserimento di una clausola «illegittima», quella che prevedeva il taglio dei direttori generali non «allineati» nel riconoscere i debiti. Alla fine sembra quasi più provato l'avvocato che il suo assistito. «Che caldo».
LA «ZEPPA» ALLA PORTA. Domenici, abito azzurro, occhiali scuri e pipa in bocca, arriva con passo deciso di fronte all'aula 6 del tribunale attrezzata per la registrazione dove, però, c'è la fila. E la ressa dei giornalisti. Sono le 12,55. È in corso l'interrogatorio di Bernardo Mazzocca. «Dove possiamo metterci per stare un po' tranquilli?», chiede l'avvocato Francesco Carli. L'ex assessore, allora, esce per fumare nell'atrio del palazzo e per reggere la porta mette come «zeppa» la corposa ordinanza della gip Di Fine. Il librone rilegato, messo di traverso, effettivamente riesce a impedire la chiusura dei battenti.
«MI DIMETTO». Tra una domanda e l'altra, anche per tirare il fiato, Domenici cala l'asso delle dimissioni. Una mossa per accelerare, se possibile, i tempi del ritorno in libertà. «Ho lasciato il mio posto in consiglio regionale: da oggi non sono più in carica». È questo l'argomento che introduce, di fatto, la richiesta conclusiva, da parte dell'avvocato Carli, di revocare la misura cautelare degli arresti domiciliari inflitta al suo assistito.
IL PM MINACCIATO. Alle 16,55, a passo svelto, Domenici e Carli lasciano palazzo di giustizia. Domanda: «Assessore, come ha risposto sull'intercettazione telefonica "A Guerra gli sparo in bocca", riportata a pagina 439 dell'ordinanza del gip e riferita a Filippo Guerra, il pm titolare dell'inchiesta sulla Fira del 2006?». Risposta: «Che vi devo dire? Io vi voglio bene, lo sapete, ma non mi fate parlare di queste cose perché altrimenti mi mettete in difficoltà».