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Data: 23/07/2008
Testata giornalistica: Il Messaggero
LA TRUFFA DELLA SANITA' IN ABRUZZO - Bufera nel Pd, l'ira di Marini su Paolini. Il governatore vicario: «Ds diversi antropologicamente da Sdi e Margherita». Poi smentisce

L'AQUILA - C'era in qualche modo da aspettarselo che prima o poi sulla vicenda delle tangenti nella sanità abruzzese, i contrasti si sarebbero acuiti fino a coinvolgere i vertici del Pd. E' successo ieri con un duro attacco dell'ex presidente del Senato e nume tutelare dell'ex Margherita, Franco Marini, al presidente vicario della Regione, Enrico Paolini. E' stata una risposta secca, perentoria e pesante a un'intervista dello stesso Paolini pubblicata ieri sul "Riformista". Un'intervista in cui l'esponente ex Ds dà un giudizio durissimo sulla "tangentopoli abruzzese" («Del Turco, Quarta e Cesarone hanno precise responsabilità politiche»), un'accusa accentuata dal fatto che «al contrario da ciò che dicevamo come Ds, loro non volevano andare a una riforma radicale della sanità», e dall'affermazione che «noi ex Ds siamo diversi ("antropologicamente", aveva aggiunto per errore un'agenzia) da Sdi e Margherita». Dichiarazioni che hanno mandato fuori dai gangheri Franco Marini («Questa presunta diversità non la vedo nè in Abruzzo, nè a livello nazionale»), insieme all'altra frase di Paolini secondo cui «in Giunta si avvertiva scarsa trasparenza», specie quando fu deciso il via libera all'ultima "cartolarizzazione".
Durissima la replica di Marini che ha attaccato Paolini in riferimento alle quattro delibere votate dall'esecutivo e riguardanti, appunto, una delle "cartolarizzazioni" dei debiti della sanità, quella del dicembre 2005, la cosiddetta "D'Annunzio" da 324 milioni di euro. Quelle delibere Paolini non le votò, perché non era presente. Assenze strategiche, fu il sospetto di molti. Ed è quel comportamento che Marini gli contesta oggi, diversamente dal passato quando scelse di non fare dichiarazioni ufficiali. «Mi pare -afferma l'ex presidente del Senato- che una persona che ricopre l'alta carica istituzionale di vice presidente della Giunta regionale, abbia un dovere prioritario dinanzi a comportamenti che ritiene gravemente scorretti; non quello del mugugno, se c'è stato, né quello di assentarsi da riunioni che ritiene delicate, ma quello di affrontare a viso aperto le questioni, dare battaglia pubblicamente e, se serve, scindere le proprie responsabilità dimettendosi dalla carica. Questo innanzitutto per il rispetto dovuto ai suoi colleghi». Insomma, dice Marini, Paolini come scelta estrema doveva dimettersi invece di ricorrere a comportamenti ambigui.
La tempesta è scoppiata a margine di un Consiglio regionale molto nervoso, che doveva discutere di una variazione di bilancio da riversare nel piano di rientro della sanità. Paolini stava per partire per Roma per incontrare i ministri Fitto e Sacconi. Le dichiarazioni di Marini sono arrivate nella tarda mattinata. Paolini ha tentato di mettersi in contatto con l'ex presidente del Senato, poi ha rettificato l'intervista: «Non ho mai affermato la "diversità antropologica" dei Ds rispetto ad altre forze politiche, così come non ho mai fatto riferimento o analogia ai fatti accaduti in Regione Abruzzo nel 1992. Vero è che quando ci fu sottoposto il piano di rientro del deficit sanitario, ho presentato tredici punti di non condivisione rispetto alla bozza di piano. Questi punti in parte sono stati accolti e condivisi dalla maggioranza di governo». Duro con Paolini anche il nuovo segretario dello Sdi, Riccardo Nencini: «Si ignora -dice- da dove il vicepresidente della Regione tragga il convincimento della superiorità dei Ds». Marco Gelmini, segretario di Rifondazione, dà ragione a Marini che chiede anche di andare al voto subito: «E'ineludibile la necessità di andare al voto entro l'anno. Paolini si muova con cautela nel rispetto del mandato ricevuto». Infine Nicola Pisegna Orlando, vice presidente del Consiglio regionale, portavoce di Alleanza riformista «esprime sconcerto per le dichiarazioni rilasciate dal presidente vicario della Regione, Enrico Paolini», e contesta tutti gli atti successivi alle dimissioni del governatore Ottaviano Del Turco, definendoli «viziati nella forma e nella sostanza».

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