Finiti gli arresti domiciliari Visita al cimitero sulla tomba del padre «I don Rodrigo? Un gruppo di potere»
CARAMANICO. «Lascio la politica». Caramanico: ore 13,30 del 23 luglio. La libertà arriva all'ora di pranzo. Per l'assessore Bernardo Mazzocca finiscono gli arresti domiciliari e comincia l'obbligo di dimora nel suo paese. I finanzieri, gli stessi che in questi giorni suonavano al campanello fino alle 2 di notte facendo sobbalzare di paura mamma Gina, tornano a casa Mazzocca per dire che adesso l'assessore può uscire di casa. Può incontrare gli amici, tra cui il cugino sindaco Mario.
Sul campanello dell'abitazione di via Vittorio Emanuele II leggi «don Alberto Rainaldi». Lo zio sacerdote morto il 24 giugno 2007. «È lì che bisogna suonare», dice un'anziana che si affaccia alla finestra. Sull'uscio spunta mamma Gina, che somiglia al figlio in maniera straordinaria. «Chi sei?», chiede la donna al cronista. «Sei da solo oppure siete in due?», è la seconda domanda. «Sai, sono stati giorni difficili, questi. Mio figlio? È andato al cimitero: dopo aver firmato le carte è andato a ringraziare il padre Cesare che ci ha lasciato quando Bernardo aveva 10 anni». La donna si commuove e non se la sente di stare in piedi. Allora, invita a entrare. È una casa come quelle di una volta, pulita e dignitosa. La camera dell'assessore è a destra. Ci sono due letti. Alle pareti i quadri della Madonna. Non è una «prigione dorata» quella dove l'assessore regionale alla Sanità, ai domiciliari nell'ambito della Sanitopoli abruzzese, ha trascorso, da arrestato, i nove giorni peggiori della sua vita. Scesi due scalini, ecco il soggiorno col divano dove l'assessore ha seguito il Tour de France. La mamma spegne la tv. «Arriverà a momenti, lo sto aspettando. Per me è sempre stato un punto di riferimento. Fin da piccolo è stato l'uomo di casa. Mi ha aiutato a tirare su lui e i due fratelli, Paolo, che sta a Sidney, e Angelo. Di anni, allora, ne avevano 5 e 7, quando siamo rimasti soli. Bernardo mi è sempre stato accanto. Eccolo, lo senti? È lui». Nel soggiorno entra Mazzocca, maglietta e calzoncini, e si siede.
Assessore, come si sente al primo giorno di libertà?
«Io non sono più assessore. Adesso sono Bernardo Mazzocca. Sono sereno. Ho recuperato un po' di forze rispetto a lunedì scorso quando le energie, di colpo, mi hanno abbandonato. Sono felice di poter parlare di nuovo con la gente, di poter rispondere al telefono. Tuttavia, non sono giornate di soddisfazione. Penso, infatti, a chi sta ancora così. Penso ad Angelo (Bucciarelli, il suo segretario personale, ndr). Ma l'inchiesta ha i suoi tempi e bisogna aspettare. E rispettare il lavoro dei magistrati».
Che significa avere l'obbligo di dimora nel paese dove si è nati?
«È una sensazione un po' strana. In questa casa sono nato. Questi sono i miei luoghi. Questa è la casa di mia madre, perché io non ho case di proprietà. In questi giorni ho letto molto i classici come l'Amleto di Shakespeare. Ho visto la tv. Ora non posso allontanarmi dallo splendido territorio di Caramanico. Vuol dire che riprenderò a fare quelle belle passeggiate che facevo una volta, dall'Orfento al Blockhaus. Ero quasi una guida, in montagna. E, soprattutto, adesso ho la voglia e il tempo per farlo. Non prendevo un giorno di ferie da tre anni».
Si è sentito scaricato dai partiti?
«Non posso dirlo. In vario modo si sono fatti sentire tanti amici tra cui Franco Marini, Rosi Bindi e Giuseppe Fioroni. Ma i messaggi arrivati sono tantissimi. Tra questi apprezzo molto quelli della gente comune. In questi giorni non mi sono sentito solo neppure per un attimo. Ho avvertito il calore della gente. Dalla California un amico mi scrive di essere forte e coraggioso, che tutto si sgonfierà. Io posso aspettare».
Chi sono quei «don Rodrigo» che hanno messo nei guai «Renzo-Mazzocca»?
«Non mi riferivo a una persona sola ma a tutti, nessuno escluso. I don Rodrigo sono un gruppo di potere ben definito e noto in questa regione. Sono i clinicari, potentato economico che abbiamo cercato di contrastare e che, come un drago ferito, ha dato il suo colpo di coda. Ma di questo non voglio parlare. Ho risposto ai giudici, che mi hanno trattato bene. Ora mi devo difendere nel processo. Anzi, nell'inchiesta. Lo farò avendo a fianco Ugo Di Silvestre, prima amico e poi avvocato».
Cosa farà domani mattina?
«Ripeto che lascio la politica. È un addio e non un arrivederci. Dopo 28 anni si è chiuso un ciclo. Grazie a Dio non vivo di politica, ho un lavoro mio come funzionario della Provincia. La politica per me è stata tutto. Come una tossicodipendenza. Ci vorrà un periodo di disintossicazione ma ce la farò. Da solo».
Cosa direbbe a un comizio in piazza per spiegare ai cittadini abruzzesi quello che è successo?
«Non voglio più fare politica, figuriamoci se penso ai comizi. Direi così: magari ho commesso errori, ma non reati. In tre anni alla Sanità ho fatto un duro lavoro che saranno altri a valutare. Ho risanato, aggiustato, tagliato. Fino al 2005 i privati hanno vissuto la fase espansiva e nessuno ha parlato. Poi la tendenza è cambiata. Ho messo mano a budget, posti letto, prestazioni, tariffe. Tutto ridotto, passato al setaccio. Abbiamo provato a tappare la voragine: il sistema ha reagito male e mi ha colpito. Ma mi difenderò. E lo farò da cittadino, non da politico».
Qual è il rimpianto più grande?
«Solo quello di non aver potuto completare l'opera di risanamento. Ci siamo fermati sull'edilizia sanitaria pubblica».
Si sente sconfitto?
«No, i clinicari non hanno vinto. E non l'avranno vinta. Le leggi fatte, e approvate da tutto lo schieramento, parlano chiaro: piano sanitario, accreditamento, rete ospedaliera, appropriatezza, ispezioni, sanzioni ai privati. Abbiamo stabilito molti primati e messo mano per primi dove altri non erano mai intervenuti. Abbiamo dato una risistemata. Ora stiamo alla finestra». Si affaccia e guarda la Maiella.