«L'inchiesta sulle tangenti? Fa parte del sistema delle mazzette federaliste»
PESCARA. Parte dall'Abruzzo la scalata di Antonio Di Pietro al voto dei delusi della politica, degli arrabbiati, dei confusi, degli indecisi di destra, di centro, di sinistra. Parte da quell'Abruzzo oggi «umiliato dalle tangenti» ma che domani «tornerà rigenerato e pulito».
È questa la ricetta che il leader dell'Italia dei Valori presenta alle duemila persone che affollano piazza Salotto a Pescara: una rivoluzione generazionale della politica, un movimento trasversale di liste civiche, di portatori di interessi sani, di gente «che ha chiuso la finestra alla politica ma che può aprire la porta alla speranza», di facce pulite da mettere nelle liste, ai quali «chiedere il certificato elettorale, il certificato penale e il curriculum» a aprire «una nuova primavera della politica». È questo il «polo della legalità» che Di Pietro lancia dal palco pescarese e che scenderà in campo per le elezioni regionali «da fare subito, al più presto, perché una regione non può restare senza il capo in testa e ogni giorno di ritardo è un giorno perso».
Con lui c'è tutta la dirigenza regionale: il senatore Alfonso Mascitelli, il deputato Carlo Costantini, i consiglieri regionali Augusto Di Stanislao e Paolo Palomba i dirigenti provinciali Ettore Bucci e Bruno Celupica, molti militanti con bandiere, e rappresentanti dei lavoratori precari (c'è anche una rappresentanza dei vigili del fuoco) che consegnano lettere e petizioni nelle mani dell'ex pm. «Sono corso qui perché non ci piace la politica delle stanze segrete, della divisione della pagnotta, voglio dirvi direttamente in questa piazza cosa pensiamo e cosa faremo».
Certamente, assicura Di Pietro «non sono venuto per ammazzare il Partito democratico». Perché, se in Abruzzo c'è una scandalo che coinvolge la giunta di centrosinistra e persone del Pd, «la colpa non è del partito ma delle persone» (e nel Pd «non sono tutti uguali», aveva detto poco prima in una tv privata, «perché c'è anche chi ha denunciato»).
Con il Pd però Di Pietro non si alleerà, almeno al momento. «Allora andremo soli? Andremo con le persone disponibili, con le persone che cercheremo insieme».
E se questo vorrà dire perdere, «faremo del bene anche se a vincere saranno gli altri», sottolinea Di Pietro, «perché loro, gli altri, per essere competitivi dovranno fare liste pulite. Li obbligheremo a cambiare». E a quel punto «le alleanze si possono fare, e potrò tornare qui sul palco con un altro partito». Ma sarà un partito di facce riconoscibili: «E allora potrò dire: questa lista sta con questa lista».
È questo il polo della legalità di Di Pietro, grazie al quale l'Italia dei Valori, che alle politiche ha preso in Abruzzo il 7%, secondo risultato italiano dopo il Molise, conta di arrivare a un risultato a due cifre e scalare i consensi nazionali. Test decisivo quello abruzzese. Di Pietro non ha parlato di candidature alla presidenza della Regione, tanto meno di una sua candidatura, ma in questi giorni non l'ha nemmeno esclusa.
L'ex magistrato ha commentato anche l'inchiesta della Procura di Pescara sulle mazzette nella sanità. Per Di Pietro si tratta di un esempio di «federalismo delle mazzette», un fenomeno non solo abruzzese, perché «in Abruzzo si sta verificando quello che a catena accadrà dappertutto. Voi forse non ve ne siete accorti», aggiunge, «ma il giorno in cui hanno arrestato dieci persone in Abruzzo, qui vicino, nel Lazio ne hanno arrestati dodici». Ma quando questo accadrà in tutte le regioni, promette Di Pietro, quando scoppierà lo scandalo delle mazzette federaliste, l'Abruzzo sarà già pulito, rigenerato.