Il premier ha anche coniato lo slogan «Io amo l'Italia io volo Alitalia»
ROMA. Il premier Silvio Berlusconi ha la memoria corta e Alitalia, come sempre, un sacco di guai. I due fatti, in apparenza slegati, corrono di pari passo. Ecco perché. Ieri il consiglio dei ministri avrebbe dovuto approvare o una modifica alla legge Marzano, sul funzionamento delle società in crisi, o un qualche altro provvedimento in grado di permettere il passaggio di Alitalia dal Tesoro alla favoleggiata cordata italiana via Intesa Sanpaolo. Nulla di tutto questo è accaduto. Solo un annuncio a effetto, del presidente del consiglio: «Abbiamo due cose sicure: i capitali necessari per la nuova Alitalia e lo slogan ?Io amo l'Italia, io volo Alitalia'».
Peccato che almeno il secondo non sia proprio nuovo di conio. Il premier ci chiuse, il 16 aprile scorso, la campagna elettorale.
Slogan e soldi (ma di chi?) sono, secondo Berlusconi, «una buona partenza». Tanto per non abbandonare il gusto dei doppi sensi. Partenza per dove non si sa se al momento il contenuto del documento allo studio di Intesa San Paolo va ancora classificato fra le indiscrezioni. Oggi avrebbe dovuto riunirsi il consiglio d'amministrazione della compagnia aerea di via della Magliana. Ma l'assenza di un piano o di un provvedimento di legge ad hoc forse lo hanno reso inutile.
Ci sarà, secondo i bene informati, da aspettare fino a metà agosto. Il mandato al gruppo bancario amministrato da Corrado Passera scade il 10 agosto e prima di procedere a qualsiasi salvataggio il consiglio dei ministri deve approvare un decreto per consentire ad Alitalia di fallire secondo particolari procedure, ma senza commissariamento, come ha precisato in serata il premier. Al momento l'unico appuntamento a palazzo Chigi è fissato per il primo agosto, quando tornerà a riunirsi il consiglio dei ministri. Difficile dunque immaginare che accada qualcoda di definitivo prima di quella data.
Certo è che al Tesoro si stanno dando da fare. Sempre i bene informati riferiscono di una lunga riunione, almeno due ore, a Palazzo Grazioli - residenza romana di Silvio Berlusconi - fra il premier, il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli e il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta.
Per il resto solo polemiche con l'opposizione targata Pd impegnata a ironizzare sulle dimenticanze di Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro (Italia dei Valori) determinato a fare di Alitalia materia di campagna elettorale in Abruzzo. «Il governo Prodi aveva raggiunto un accordo con Air France - ha detto Di Pietro a Lanciano - Accordo in cui Alitalia continuava a vivere e c'era un esubero di personale di sole duemila unità che sarebbero state rioccupate in altre amministrazioni e non rimandate a casa. Poi è arrivato Berlusconi l'imprenditore, ci ha messo trecento milioni di soldi nostri, ha mandato in fallimento la società ma non lo chiama fallimento bensì rimodulazione della legge Marzano». Col risultato, denuncia l'intera opposizione, che i lavoratori mandati a casa saranno cinquemila. (l.v.)