In questa bufera giudiziaria e mediatica, io vorrei fare solo qualche considerazione, libera dai troppi condizionamenti che pretenderebbero di dividere la società abruzzese tra innocentisti e colpevolisti, ignorando che sotto il cielo si muovono molte più sensibilità, punti di vista, vissuti, atti e fatti. C'è un'ordinanza di oltre 400 pagine che custodisce diverse e pesanti ipotesi di reato alle quali i difensori degli imputati dovranno opporsi nelle aule giudiziarie, cioè nei soli luoghi deputati all'amministrazione della giustizia. Un fatto è che dal 2000 al 2005 si è creato un indebitamento di 1 miliardo e 760 milioni di euro diventato 2 miliardi e 137 milioni nel 2006, ma il 6 marzo 2007 l'allora presidente della Regione viene chiamato a Roma a firmare il piano di rientro tra Regione Abruzzo, ministero della Salute e ministero dell'Economia e delle Finanze (recepito con Dgr n. 224 del 13 marzo 2007).
E' una specie di commissariamento mascherato nei confronti della Regione, ma se attuato in ogni suo punto potrebbe rappresentare l'avvio della lunga fase di risanamento. Superate la prima e la seconda verifica trimestrale, la terza (5 febbraio 2008) inizia a zoppicare vistosamente; questi i rilievi: utilizzo di quote di finanziamento vincolate alla sanità per finalità extrasanitarie; mancato rispetto dei tempi di rientro programmati in funzione degli interventi di risanamento, di riequilibrio economico-finanziario, di riorganizzazione anche sotto il profilo amministrativo e contabile. Il 28 aprile 2008 il tavolo tecnico chiede «la determinazione del budget per gli erogatori privati e il monitoraggio mensile del numero delle prestazioni effettuate, della trasmissione degli schemi contrattuali per ogni tipologia di prestazione, onde consentire anche la verifica dei profili di appropriatezza». La Regione non ce la fa a mantenere gli impegni riorganizzativi né quelli contabili e nel 2007 rientra solo per 121 milioni anziché per 209 milioni: 60 milioni di tasse e ticket, 47 milioni dallo Stato e solo 14 milioni di risparmio. Intanto nella sola Asl di Pescara la spesa per la sanità privata cresce del 12,5% così come i servizi esternalizzati più 13,3% a fronte di progressiva diminuzione di organico e mancati rinnovi contrattuali.
Un altro fatto è che ci sono migliaia di lavoratori delle strutture sanitarie pubbliche e private il cui futuro è gravemente compromesso dal più che probabile commissariamento della sanità abruzzese e dalla posizione giudiziaria di Vincenzo Angelini proprietario di Villa Pini. Provo un'indignazione profonda se ripenso al confronto con la Asl di Pescara di un anno fa, quando di fronte alla chiusura netta rispetto alla proroga dei contratti a termine fummo costretti, per mantenere i livelli occupazionali, a ricorrere ai contratti di solidarietà: taglio netto degli stipendi da 800 a 350 euro mensili mentre «una barca di soldi» sembra entrasse nelle capienti tasche degli amministratori regionali.
Infine la cura da cavallo dell'Irpef all'1,40%, dell'Irap al 5,25% e dei ticket farmaceutici, non riuscirà a risanare, ma insieme al taglio degli organici rischia di centrare due primati negativi: la sanità più costosa d'Italia e la più inefficiente e sprecona. Chiunque si occuperà di sanità nei prossimi mesi dovrà dare risposte a queste quattro semplici domande: in una regione come l'Abruzzo che conta circa 1 milione 300 mila abitanti, possono ragionevolmente operare 35 strutture ospedaliere tra pubbliche e private? In un raggio di 10 chilometri possono ragionevolmente esistere 13 reparti di chirurgia? Nel 2008, può coincidere la sanità con l'ospedale o va rafforzata seriamente la sanità territoriale? E' sopportabile il peso del privato in Abruzzo al 19%, cioè al terzo posto dopo Campania e Calabria che stazionano al vertice della classifica? Occorrerà coraggio, molto coraggio, ma dalla chiarezza delle risposte che si daranno e dalle scelte non più rinviabili dipenderà il futuro della sanità abruzzese.
(*) Segretario Cisl di Pescara