D'Alfonso chiede di cancellare la legge antisindaci e annuncia: «Io non mi candido»
PESCARA. Due settimane sott'acqua. Storditi. Ieri la reazione: sette ore di dibattito serrato e senza interruzione nella prima assemblea regionale del Partito democratico dopo gli arresti per l'inchiesta sulla sanità e la fine del governo Del Turco.
Il segretario regionale Luciano D'Alfonso trova anche la forza di scherzare sul nome del luogo, Villa Immacolata: «Un formidabile augurio», dice incassando un applauso liberatorio dalla platea, duecento almeno tra dirigenti di partito e amministratori locali.
Apre i lavori D'Alfonso. Tocca a lui il compito di dare la scossa al partito. Confessa di nutrire molta rabbia per ciò che è accaduto («sentimento sincero simile a quello della vergogna»), spiega il silenzio di questi giorni («mai commentare a caldo le iniziative della magistratura. Se la politica vuole occuparsene faccia le norme»), assicura che nella storia «quello che di buono s'è fatto è nato dal dolore», avverte chi risponde alla crisi dicendo a se stesso «mo' mi tocca», che «il trono preso senza merito è occasione di pianto». Oggi, dice D'Alfonso, l'ordine del giorno del Partito democratico deve essere uno: «Fare in modo che non accada più, fare in modo che la gente venga messa nelle condizioni di votare un nome, un profilo, un'etica pubblica e un programma da realizzare, perché il programma non è la storia personale».
Sui tempi del voto D'Alfonso è perentorio: «Quando si verifica una rottura così rilevante tra pubblica opinione e politica, serve velocità per tornare al voto, il resto è un gioco di astuzia».
Sulle liste il segretario apre ai sindaci e condanna «l'atteggiamento triste di quei consiglieri regionali che non vogliono cogliere l'esperienza delle autonomie locali, e non lo dico perché sono sindaco, io non sono candidato e lavorerò da sostenitore», e lamenta che in Consiglio «dopo tre anni non si è riusciti ad annullare la legge antisindaci. Non è accaduto e ora sento solo balbettii».
Sul «voto subito» indicato dal segretario e ribadito dall'intervento di Franco Marini (vedi intervista di lato) si ritrova quasi tutta l'assemblea, con poche voci dissonanti: il consigliere provinciale di Pescara Aurelio Giammorretti («prima le riforme»), il consigliere regionale Nicola Pisegna Orlando («l'opinione pubblica non ha ancora metabolizzato l'inchiesta, il partito non è pronto e rischiamo di saltare la sessione finanziaria»). Per Luigi Lusi è importante andare subito al voto «contro una destra fortunosa e impreparata, per evitare la graticola dell'indagine, e con primarie di coalizione a valle del programma». Lusi introduce anche il tema delicato della candidabilità di chi è sottoposto a indagine della magistratura. Il senatore chiede agli indagati «la cortesia di saltare un giro per non dare alibi al centrodestra o sottostare al ricatto degli alleati». Una tesi che non convince Giovanni Lolli, perché «dire oggi che chi ha un avviso di garanzia non si può candidare vuol dire indicare ai cittadini una serie di colpevoli».
Sul voto subito e sulla necessità di abolire la legge antisindaci si schiera Giovanni Legnini. «Quella legge», spiega, tocca 200 persone almeno, che sono la carne viva della classe dirigente. Su questo problema bisogna promuovere un movimento e ripartire da lì. I consiglieri regionali devono depositare una norma abrogativa snella, ma io arriverei anche a firmare una lista di amministratori per farla ricusare dalla corte d'Appello e aprire un caso nazionale». Legnini esorta il partito al rinnovamento («Cosa deve succedere in una regione per cambiare la classe dirigente?»), e a mettersi alla testa del cambiamento «altrimenti saremo travolti». Per questo invita a non sottovalutare la mozione presentata dai tre giovani segretari di federazione Silvio Paolucci, Peppino Di Luca e Michele Fina che chiedono «discontinuità», provocando la battuta acida di un dirigente di lungo corso come Marco Verticelli: «La discontinuità è una maschera se non si riempie di contenuti». Dall'assemblea non escono documenti. Tre le mozioni presentate che D'Alfonso dovrà sintetizzare in una. Rimandata la questione dello statuto del partito e delle regole per le candidature. Lì sarà scontro vero.