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Pescara, 17/06/2026
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Data: 27/07/2008
Testata giornalistica: Il Messaggero
LA TRUFFA DELLA SANITA' IN ABRUZZO - «Non abbiate paura del dolore» D'Alfonso al Partito democratico: «Ora tutti uniti, no alle piccinerie»

PESCARA - E' crudele riunire, a fine luglio, le affannate truppe di un partito sfiancato da un'estate terribile di manette e dimissioni in una sala sottratta agli agi dell'aria condizionata. Ma Luciano D'Alfonso, ieri, di crudeltà faceva professione. Un diesel, D'Alfonso: avvio sottotono, pioggia di dotte citazioni per stremare la già arresa platea del Partito democratico, poi gli schiaffi. «E' dal dolore che nascono le grandi novità, non dobbiamo aver paura del dolore. Sulle grandi difficoltà si costruisce il futuro. Non capisco l'atteggiamento triste dei consiglieri regionali, questo è il tempo delle idee, delle proposte, della voglia di ricostruire un rapporto con la comunità, con i cittadini. E per tirare fuori buone idee e buoni programmi serve una solida classe dirigente, è in queste dolorose occasioni che deve venir fuori. Non ci sono più centri di formazione delle classi dirigenti, e non può essere l'impresa a formarle: solo la politica può dare risposte alla comunità, vedere lontano, trovare soluzioni dove non sembrano essercene. Ma per far questo noi del Pd dobbiamo smetterla con le piccinerie, e lavorare tutti uniti, insieme. Alla stanga, amici. Alla stanga».
Il resto è prevedibile: elezioni anticipate per la Regione al più presto, coalizione più ampia possibile, primarie per l'individuazione del candidato governatore, fiducia nella magistratura per le indagini in corso, umana solidarietà a quanti sono rimasti impigliati nelle maglie della Giustizia, lotta dura alla legge anti-sindaci. Ma sono gli schiaffi che fanno davvero rumore: «Piccinerie? Sì, piccinerie. Le vedo in giro. C'è chi pensa: è la mia occasione, "mo' tocca a me", mi tocca, come si trattasse di uno scatto d'anzianità al Ciapi. Normale, inevitabile. No, no. L'occasione bisogna meritarsela. Basta giocare a nascondino, basta telefonare contro questo e contro quello. Basta. Alla stanga, amici. Io non mi candiderò alla Regione, resterò a guidare Pescara e il partito, ma ho bisogno di collaborazione. Possiamo vincere, ma basta con le divisioni». Ultima scarica di citazioni Bobbio-Montanelli-Obama, manca solo «Yes, we can», poi magnanimo D'Alfonso chiama l'applauso della platea e chiude.
I piddisti restano un po' sotto choc, li scuote Livia Turco che loda la schiettezza del segretario e passa la parola a Enrico Paolini, l'uomo del giorno, il governatore vicario. Paolini offre un discorso sobrio, loda gli accenti dalfonsiani e parla del momento che vive alla guida della mutilata Giunta regionale: «Prima del voto, in quattro mesi, cosa possiamo fare? Molto, e lo vedrete. "Atti urgenti e indifferibili" non è un'espressione vuota. Abbiamo già evitato nuove tasse, recuperato fondi per le piccole imprese. E adesso nomineremo un commissario per l'Agenzia sanitaria regionale: il direttore uscente, dimettendosi, ci aveva indicato un vicario, ma noi abbiamo chiesto un parere alla Procura e adesso decideremo noi chi governerà quella struttura fino alle elezioni». Poi Paolini smentisce la clamorosa intervista apparsa su Il Riformista, fonte di frizioni tra lui e Franco Marini, e non solo Marini. Chiude e passa. Passa Luigi Lusi, che parla di «politica al capolinea, a destra e a sinistra», passa Stefania Misticoni, che ricorda come in tempi non sospetti avesse invocato «discontinuità» nella politica sanitaria, passa Anna Nenna d'Antonio, che offre sostegno a D'Alfonso e citazioni latine «perchè io non sono Berlusconi, il latino lo conosco», passano tanti altri.
Passa Giovanni Lolli, e sono altri schiaffi: «Le accuse a Del Turco mi lasciano incredulo. Massima fiducia nella magistratura, ma si può dar credito solo alle parole di un corruttore? Ciò non toglie che ci siamo opposti troppo poco alle scellerate cartolarizzazioni. Ora questo partito deve darsi una mossa, anzi deve affrontare un rinnovamento radicale. Cominciando a mettere da parte l'ingiustificata supponenza». Quando Franco Marini chiude la mattinata a Villa Immacolata («Non ho scelto questo posto e questo nome a caso», era stato il debutto dell'affilatissimo D'Alfonso), invitando ad andare sereni ma in fretta al voto, le facce piddiste mostrano i segni degli schiaffi e del caldo. Ma, forse per la prima volta dopo mesi di sgambetti e piccole furberie, viste tutte assieme sembrano qualcosa di nuovo. Ecco: sembrano un partito. Un partito. Che parola desueta.



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