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Data: 05/08/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Una nuova classe dirigente per l'Abruzzo di Tino Di Cicco

A novembre noi abruzzesi torneremo a votare. Bene. Anzi male. Male perché c'è un peccato mortale dietro queste nuove elezioni. E ancora più male perché non disponiamo di una diversa modalità elettorale per tentare di uscire dalla cloaca massima in cui ci siamo cacciati. Per questa ragione, anche dopo il prossimo giro elettorale, forse saremo condannati a ripetere esperienze che alimentano oggi in noi amarezza e vergogna. Forse dobbiamo diventare consapevoli che il nostro problema fondamentale non riguarda gli uomini (ce ne saranno sicuramente di buoni anche dentro l'attuale classe politica dirigente), ma la modalità che determina la selezione. L'attuale metodo (i detentori del potere decidono chi merita di essere cooptato nelle loro stanze, e il popolo può solo ratificare) genera servilismo e immoralità.

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Quelli che aspirano alla carriera politica fanno il possibile (e anche di più) per rendersi consustanziali agli attuali gestori del Potere: ne assumono il lessico, i tratti somatici, l'abbigliamento, e dopo sono pronti per aspirare alla prima fila. Perciò anche le prossime elezioni in Abruzzo saranno gestite da partiti sempre più autistici; partiti sempre più oligarchici e preoccupati di doversi confrontare con il «mondo esterno». E quando la magistratura decapita in itinere una intera classe dirigente regionale (e non è la prima volta da noi), le seconde file sono già pronte ad entrare in scena; poi toccherà alle terze, eccetera eccetera. E quelle che sono sui blocchi di partenza, difficilmente saranno migliori di quelle già arrivate al traguardo (il nuovo in sé non è un valore). Le persone «normali», quelle che hanno realizzato per altra via la loro identità sociale, non sono in condizione di competere con i padroni della della res publica. Sono infatti prive della possibilità di gestire il bene comune a proprio vantaggio; e senza clientele da foraggiare restano solo le idee e l'onestà: valori poco rilevanti nella considerazione popolare.

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Non è perciò ipotizzabile che la «società civile» possa miracolosamente modificare questo meccanismo autistico di riproduzione del ceto politico. Eppure bisogna provarci, e forse possiamo prendere in considerazione due collaudate soluzioni. O facciamo come nell'antica Grecia, dove molte cariche pubbliche venivano assegnate a sorte tra gli aventi diritto (Platone pensava che solo i filosofi potessero governare; i politici nostrani pensano che solo i politici di carriera riescano a governare; Berlusconi ha dimostrato che possono governare tutti: veline comprese). Oppure facciamo come nell'antica Roma, dove in occasione di eventi pericolosi per la città, tutti i poteri venivano consegnati per un periodo limitato ad un dictator. Un «dittatore» capace di dettare regole oneste e disinteressate per tentare di salvare la comunità.

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Sarebbe utilissimo per il centrosinistra, per i suoi elettori e per l'Abruzzo intero, rompere l'attuale infernale meccanismo, e affidare la potestà di decidere candidature e nuove regole a persone che hanno dimostrato tutta una vita di saper essere al servizio della comunità con onestà e disinteresse. Un «dittatore» del genere potrebbe prescindere dai pacchi di tessere e dalle clientele sedimentate intorno ai protettori politici di turno, per favorire la crescita di una nuova classe dirigente. Scegliendola nelle fabbriche e negli uffici, nello sport e nelle scuole, ma non dentro le sezioni, non dentro le oligarchie consolidate. Per una sola volta. Per tentare di spezzare questo meccanismo indegno di cui tutti noi siamo vittime e responsabili. Altrimenti saremo destinati non ad una, ma a dieci, cento, mille delusioni e verrà umiliato fino alla cancellazione l'esile filo di speranza degli abruzzesi onesti.

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