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Pescara, 17/06/2026
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Data: 12/08/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Il lavoro sempre più precario di Ferdinando Di Orio (*)

In queste ultime ore esponenti del governo, e della maggioranza che lo sostiene, hanno cercato di spiegare - sarebbe meglio dire giustificare - il significato del maxiemendamento alla legge finanziaria, che ha tentato di cancellare la norma in base alla quale un giudice può disporre l'assunzione a tempo indeterminato del lavoratore assunto più volte per svolgere compiti tipici di una prestazione stabile. Forse il più sincero di tutti è stato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi che, nel chiarire il significato delle successive modifiche apportate a questo emendamento, ha dichiarato: «Non è stato un dietrofront del governo, che ha subìto quelle norme frutto di un'iniziativa parlamentare e che sono state poi comprese nel maxiemendamento seppur con una correzione», puntualizzando che la contestata norma sui precari non è altro che il tentativo di risolvere attraverso una sorta di sanatoria i contenziosi in corso di una società pubblica come Poste italiane. La «correzione» fa riferimento ai soli giudizi in corso alla data di entrata in vigore della legge, e prevede che in caso di violazioni di legge «il datore di lavoro è tenuto unicamente a indennizzare il prestatore di lavoro con un'indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 e un massimo di 6 mensilità dell'ultima retribuzione».
Dunque, solo un incidente di percorso dovuto all'intraprendenza di qualche parlamentare o, invece, una precisa strategia politica? Solo un provvedimento che «sana i contenziosi delle Poste» o la chiusura del cerchio intorno alla realizzazione completa del progetto di precarizzazione del mercato del lavoro, in nome di una ideologia liberista che già troppi danni ha prodotto nel nostro Paese? Che si tratti di questa seconda ipotesi è dimostrato in modo ben più significativo dai contenuti stessi del decreto legge 112 che, di fatto, impedisce la stabilizzazione di personale delle pubbliche amministrazioni, limitandola ad un contingente di personale complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 10% di quella relativa alle cessazioni avvenute nell'anno precedente. Se poi si considera che si tratta dello stesso limite riservato anche alle assunzioni di personale a tempo indeterminato, si comprende bene che la stabilizzazione sarà virtualmente impossibile per tutto il personale precario. E' questo il punto importante sul quale puntare l'attenzione, e non tanto la sostituzione della sanzione della reintegrazione con quella del diritto al risarcimento dei danni nel limite delle sei mensilità, sulla base di qualche irregolarità commessa dal datore di lavoro.
Certo, anche la possibilità «residuale» legata al giudice del lavoro sembra venir meno con gli emendamenti Sacconi, nel pieno consenso di Confindustria che già plaude ad «un sistema sanzionatorio che offre maggiori certezze alle imprese e ai lavoratori e che può rappresentare un utile punto di riferimento». Ma, a guardare bene, è molto triste pensare che la speranza di un'assunzione a tempo indeterminato possa essere affidata alle sentenza di un giudice. Non è, infatti, una prospettiva dignitosa per tutti i giovani con un lavoro precario, o alla ricerca di un posto di lavoro, confidare non tanto sulle proprie capacità o su un titolo di studio guadagnato con sacrifici, quanto piuttosto su una possibile causa legale.
E' tuttavia sicuro che il «combinato disposto» di questi provvedimenti genererà, verosimilmente in modo sempre più selvaggio anche se legalmente ineccepibile, lo sviluppo del lavoro precario. Le conseguenze sociali di questi provvedimenti sono facilmente prevedibili, basta considerare le centinaia di migliaia di drammatiche testimonianze che provengono proprio dai giovani precari che spesso hanno costituito una famiglia e che peraltro devono sostenere - sono dati di questi giorni - un rincaro della spesa di 130 euro mensili.
Il paradossale corollario a tutto ciò è che gli stessi economisti e politici fautori della precarizzazione del mercato del lavoro, lamentano che la ripresa del Paese sia impedita dalla diminuzione dei consumi da loro addebitata alla pressione fiscale. Non considerando, invece, come sia molto difficile per un lavoratore precario con famiglia fermarsi solo a considerare la possibilità di acquistare una casa, cambiare automobile o mandare un figlio all'Università. Non è facile demagogia, allora, né solo una battuta finale proporre, in un momento storico di cambiamenti degli assetti istituzionale del Paese, di modificare l'articolo 1 della nostra Costituzione con «L'Italia è un Repubblica democratica, fondata sul lavoro precario».

* Rettore Università dell'Aquila

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