La bufera giudiziaria che ha portato alle dimissioni di Ottaviano Del Turco e alla interruzione traumatica della legislatura regionale ha creato un clima di indignazione e di sconforto nella comunità abruzzese. Essa si inserisce in un contesto nazionale in cui emergono la necessità e l'urgenza di riaffermare l'etica della politica. Non riesco ancora a credere alle accuse che se confermate sono di una gravità inaudita. Del Turco è sempre stato considerato un uomo politico dalla condotta integra e illibata, mi auguro perciò che possa dimostrare la sua estraneità ai fatti contestati. Al tempo stesso, ribadisco la piena fiducia nell'operato della magistratura auspicando che in tempi brevi, si faccia piena luce su questa triste vicenda. Mentre tutti restiamo in attesa di saperne di più, l'unico ad avere certezze è Silvio Berlusconi, il quale, con l'aria di essere amico degli inquisiti, si scaglia contro i «teoremi» della magistratura al solo scopo di gettare discredito sull'operato degli inquirenti e di coinvolgere in questa azione di delegittimazione anche l'opposizione.
Ho vissuto da capogruppo dell'allora Pci-Pds nella giunta delle Autorizzazioni a procedere tutta la vicenda di Tangentopoli. E debbo dire che c'è stato un momento in cui abbiamo creduto di aver sconfitto quel sistema di corruttela. C'eravamo soltanto illusi. Il fenomeno è riapparso quasi subito creando effetti devastanti. Nel lontano 1981 Enrico Berlinguer pose la cosiddetta questione morale e non si può non rimanere stupefatti dall'attualità della sua denuncia. Per tanti anni noi siamo stati orgogliosi di essere considerati diversi dagli altri partiti. Oggi la questione morale investe tutti. Numerose inchieste vedono coinvolti anche nostri amministratori. Sì, è vero in Abruzzo abbiamo ereditato dal centrodestra una situazione pesante e compromessa, contrassegnata da piani sanitari fatti ad uso delle cliniche private che distribuivano soldi a piene mani. Però, bisogna ammettere che non siamo riusciti ad invertire la rotta. Nei giorni successivi al cataclisma, abbiamo evidenziato limiti nella direzione politica. Con una comunità umiliata e colpita nel suo onore, abbiamo osservato un colpevole silenzio. Non c'è stata una presa di posizione ufficiale. Soltanto qualche dichiarazione balbettata.
Io dico che bisogna reagire con forza, ma con grande umiltà. Riconoscendo gli errori, i nostri errori. La dura polemica tra Marini e Paolini non ha certamente aiutato a risolvere i guai attuali. L'intervista di Paolini non mi è piaciuta, la considero inopportuna e sbagliata. Essa divide il Pd in buoni e cattivi, in onesti e disonesti. E non è proprio di questo che abbiamo bisogno. Un gruppo dirigente è tale se nei momenti di difficoltà estrema sa trovare la strada maestra. E la strada giusta è quella dell'unità.
Come si esce da questa situazione? Gli arresti e i processi non bastano a risolvere la piaga della corruzione. La classe politica va selezionata rigorosamente. Occorrono passione ideale e rigore morale e poi è necessario semplificare le norme per garantire la trasparenza degli atti. In una parola, le istituzioni debbono essere una casa di vetro dentro la quale ciascuno deve poter guardare e controllare. Il Pd è in difficoltà soprattutto qui in Abruzzo. Sono convinto che riusciremo a superare questo momento critico, se sapremo abbandonare le logiche frazionistiche e pervenire ad una unità effettiva, non di facciata. In questo modo daremo un grande contributo perché i partiti non siano più visti come macchine infernali, ma strumenti necessari per risolvere i problemi della gente e per garantire la democrazia. Il primo segnale lo dobbiamo dare nelle imminenti elezioni regionali. Le candidature debbono passare attraverso le primarie, che ci permettono di riannodare i fili spezzati con il nostro elettorato e più in generale con l'opinione pubblica abruzzese. Con esse lanciamo un messaggio ai cittadini. Abbiamo sbagliato. Vi chiediamo scusa. D'ora in poi, sarete voi i protagonisti perché i candidati sarete voi a sceglierli.
(*) Già senatore