PESCARA. Abruzzo nel club delle "mantenute": vive al di sopra delle proprie possibilità e con la stretta annunciata dalla riforma federalista del fisco saranno guai seri per i suoi abitanti. La regione evidenzia un saldo negativo tra entrate e spese pubbliche di 875 euro pro capite e nel 2006, a fronte di 13,2 miliardi di euro affluiti nelle sue casse, aveva speso 14,3 miliardi.
L'Abruzzo, comunque, è in buona compagnia. Un'inchiesta del settimanale L'Espresso mette in luce che il residuo fiscale, ovvero la differenza tra quanto lo Stato incassa dai cittadini e quanto spende per loro, è in attivo soltanto in Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Marche e Lazio. «Il meridione spende e il nord paga», urlerebbe il senatùr. Tuttavia mostrano conti in rosso anche Liguria, Friuli, Valle d'Aosta e Trentino. La Lombardia è la più virtuosa, con un residuo fiscale in attivo di 40 miliardi di euro. La più "scroccona" è invece la Sicilia del presidente Lombardo, che rivendica con forza l'autonomia dell'isola ma non disdegna le risorse romane: nel 2006 il saldo negativo tra entrate e uscite è stato di oltre 13,3 miliardi.
Sono due le ipotesi di riforma federalista del fisco, una firmata dal ministro Calderoli e l'altra avanzata dalla Conferenza delle Regioni. Quale delle due opzioni prevalga, l'Abruzzo sarà fortemente penalizzato, proprio mentre vive la sua fase più critica. Il debito regionale, sceso a 1,4 miliardi di euro, resta ingente. La sanità, che copre l'80% del bilancio regionale, è stretta tra i vincoli del governo nazionale e la necessità di garantire i servizi essenziali. Non aiutano l'Abruzzo i prezzi alle stelle (+4% nella grande distribuzione), il crollo dei consumi (-5,6% il pane, -2,9% la pasta, -4,9% l'abbigliamento) e il calo di fiducia dei consumatori. Il rapporto Istat sul benessere percepito indica che gli abruzzesi si sentono i più poveri d'Italia. I settori produttivi sono tutti in difficoltà: a Pescara, nell'ultimo anno, 544 esercizi commerciali hanno chiuso i battenti; le piccole imprese arrancano e i grandi poli industriali sono in crisi; arretra anche il settore agricolo. A completare il quadro lo stallo del sistema politico regionale, travolto dalla bufera giudiziaria e costretto a navigare a vista, senza una guida forte al timone, almeno fino al prossimo autunno.