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Pescara, 17/06/2026
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Data: 15/08/2008
Testata giornalistica: Il Messaggero
«Contratti, Cisl e Uil dicano sì anche senza la Cgil». Pezzotta: la riforma del sistema è urgente e necessaria a costo di rompere l'unità sindacale

ROMA Il sindacato non è al passo con i tempi della politica e dell'economia; la riforma dei contratti è imprescindibile e deve essere realizzata anche a costo di far saltare l'unità fra le tre confederazioni; il futuro prossimo venturo sarà assai duro e peserà soprattutto sui ceti più deboli. Magari Savino Pezzotta, oggi parlamentare Udc, si esprime ancora in sindacalese (e come potrebbe essere diversamente, è stato per anni leader della Cisl?) però i concetti sono chiari.
Allora un sindacato superato?
«No, ma un sindacato che dovrebbe interpretare i mutamenti istituzionali. Oggi lo vedo inseguire i temi che pongono gli altri. Esempio, la questione della pubblica amministrazione doveva porla il sindacato, non Brunetta. Serve un salto di qualità».
Come vede il futuro del Paese?
«Siamo di fronte ad un mutamento profondo del capitalismo ed il sindacato non è preparato ad affrontarlo, abituato com'è a vecchi schemi. Detto questo, credo che l'autunno sarà molto, molto difficile e servirebbe un'iniziativa difensiva dei ceti più deboli perchè se in un Paese aumenta la povertà, è un problema di tutti. Ed i poveri non li rappresenta nessuno».
Neppure il sindacato?
«Non li ha mai rappresentati direttamente. Ha rappresentato, invece, la gente che lavorava. O la classe o l'individuo. E se non si rende che la povertà aumenta nelle famiglie e aggredisce il ceto medio, questo diventa un problema. Il sindacato ha sempre avuto un'idea di Paese, oggi faccio fatica a capire che idea ha».
Ma, insomma, cosa dovrebbe fare?
«Primo, capire la strategia del capitalismo sulla realtà italiana. Secondo, prepararsi all'onda della crisi autunnale e individuare gli obiettivi da inseguire. Ma soprattutto rinnovare il modello contrattuale. Se non lo cambia, resterà prigioniero del suo passato. Un modello contrattuale rigido, irrigidisce il sindacato. Io, a suo tempo, ci ho provato. Qualcuno si alzò dal tavolo (il 14 luglio del 2005; n.d.r.). E altri non hanno voluto sedersi di nuovo. Parlo della Cisl, della Uil e della Confindustria. Ci sono momenti che devi avere il coraggio di cambiare».
Anche a rischio di una traumatica rottura?
«In certi momenti bisogna operare una cesura con il passato. Chi non vuol rompere con il proprio passato, be' resterà ancorato al proprio passato».
Per essere più chiari, Cisl e Uil dovrebbero anche rischiare di rompere con la Cgil?
«Dovrebbero spingere la Cgil ad arrivare all'accordo».
Fino a firmare un'intesa separata con Confindustria?
«Talvolta per consolidare l'unità, si deve avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità. Le rotture, in certe circostanze, sono necessarie. Ci sono state nell'84 (abolizione della scala mobile; n.d.r.) e al momento della firma del Patto per l'Italia».
Lei dice che il sindacato non è pronto ad affrontare la crisi d'autunno. Quali sono le cose che dovrebbe fare?
«Per esempio, fissare un reddito minimo, misurato sul quoziente familiare, per permettere alla gente di vivere».
La manovra va in questa direzione?
«E' una manovra che taglia la spesa in modo indiscriminato. Si limita a sparare nel mucchio».
E l'opposizione che fa?
«A parte che ci sono tre opposizioni che non si muovono sempre in simmetria, piuttosto c'è stata una scelta del governo di marciare senza tenere conto dell'opposizione. Sino ad ora ha funzionato, ma non so se gli andrà bene anche quando le tensioni sociali saliranno».

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