Non c'è che dire. Il ministro Brunetta ha avuto ragione: è bastato un suo severo richiamo ("fannulloni!") e nel pubblico impiego sono notevolmente diminuite le assenze, almeno quelle per malattia (delle altre, per ora, non si sa). I dati sembrano convincenti dato che non risulta che le condizioni di salute dei pubblici dipendenti siano improvvisamente migliorate: la diminuzione è del 9,2 per cento in maggio e del 18,3 in giugno. Tuttavia, come sempre anche in questo caso, i dati necessitano di una qualche analisi, meno acritica - o entusiasta - di quella fatta dalla stampa (quasi tutta). Innanzitutto i dati si riferiscono solo ad alcune amministrazioni e non misurano il fenomeno, magari attraverso un campione statisticamente corretto, che esprima l'intero, articolato sistema del pubblico impiego, dal più piccolo comune appenninico ai ministeri romani. In secondo luogo, si grida vittoria senza tener conto che la riduzione è stata più cospicua in quelle realtà in cui l'assenteismo era più pronunciato, quali sono i ministeri romani, ai quali in prevalenza si riferiscono i dati pubblicati. E che è una legge statistica abbastanza nota che, per quei fenomeni in cui gioca una parte la soggettività dei comportamenti, quanto più è estesa l'anomalia tanto più è efficace l'intervento correttivo. Infine almeno per quanto riguarda il mese di maggio, bisognerebbe avere più rispetto per l'intelligenza del prossimo: l'annuncio del Ministro - quasi una dichiarazione di guerra - è dell'8 maggio. E' verosimile che abbia prodotto così apprezzabili risultati (-9,2 per cento) con tanta immediatezza, tanto più che il decreto che avrebbe indotto un così subitaneo pentimento, con le relative sanzioni disciplinari, è solo del 25 giugno?
Per quello che io so, Brunetta ha avuto almeno un predecessore nella lotta all'assenteismo, nella persona del democristiano Amintore Fanfani, che fu ministro dell'agricoltura per qualche tempo negli anni '50 e che come tale ingaggiò una strenua lotta contro quella che in ogni caso è una grave tara del nostro ordinamento pubblico, ovviamente solo nei confronti del personale di quel Ministero.
Di quello stato di pur funzionale reclusione fui testimone (o vittima?) io stesso nel breve tempo che fui funzionario di quella amministrazione, prima di lasciarla per passare ad altri lidi e ad altre occupazioni. Ero inquadrato in una divisione composta da nove persone.. Quattro direttivi: il capo divisione, un capo sezione (ma non c'era nessuna sezione) un consigliere di prima classe, più il sottoscritto; due ragioniere, un archivista anziano, che si occupava anche lui di contabilità, e due altri archivisti, di cui uno geniale nell'approfittare di tutte le situazioni, compresa la sua qualità di invalido di guerra, per non venire in ufficio. In tre anni circa vidi per una decina giorni, non più.
La disposizione di Fanfani, che era rimasta in vigore anche dopo il suo passaggio ad un altro dei tanti ruoli della sua carriera politica, prevedeva che nessuno potesse uscire dal Ministero senza il permesso scritto del suo capo ufficio, da consegnare in portineria. Ovviamente, anche perché ero nuovo all'ambiente - ed al lavoro - mi attenni scrupolosamente alla direttiva. Pertanto restavo al mio posto per tutto il tempo. La cosa però, dopo un po' cominciò a seccarmi perché non avevo nulla da fare o quasi: una o due letterine al giorno in media, di quelle più semplici: "Si trasmette in allegato alla presente", seguiva una sommaria descrizione del documento trasmesso. Solo un paio di volte fui chiamato, forse perché il più fresco di studi e di dottrina, a predisporre memorie per il Gabinetto del Ministro o per rispondere a ricorsi o interrogazioni parlamentari. Nella mia stessa condizione erano i tanti che affollavano i corridoi o il bar di cui il Ministero era opportunamente dotato. Mi rassegnai alla reclusione ma non alla noia. Per cui cominciai ad occupare il mio tempo libero studiando l'inglese e scrivendo articoli per un giornale con il quale avevo cominciato a collaborare
La morale della favola è che non basta che le galline stiano nel pollaio perché facciano le uova.
Fuor di metafora, il decreto Brunetta potrebbe anche essere un buon avvio della riforma della pubblica amministrazione, attesa da tanti anni, che dovrà risolvere non solo gli aspetti formali del rapporto di lavoro ma anche quelli sostanziali. Sarà una battaglia difficile? Certamente, ma è solo nelle battaglie difficili che si scopre se chi ha i gradi di generale non è solo un sergente autoritario.
(*) economista