Caro direttore, domenica scorsa lei con il suo editoriale ha sottolineato due importanti questioni: cosa si può e si deve fare in questa regione e chi deve farsene carico. Per ragionare su questi argomenti dobbiamo prendere in esame l'oggettiva condizione di crisi che riguarda le coalizioni politiche in Abruzzo. L'attuale classe dirigente si è insediata dopo la catastrofe politica del 1992. Un periodo di 16 anni, non privo di spunti riformistici e di realizzazioni, nei quali, dopo un biennio iniziale di elaborazione del trauma (1993-1995), si sono alternate al governo maggioranze di centrosinistra e di centrodestra con Falconio, Pace ed infine Del Turco.
La prima cosa che balza agli occhi è che questa regione non ha potuto contare su una classe dirigente durevole, che superasse il respiro corto della singola legislatura. La causa di questo fenomeno deve rintracciarsi in primo luogo nell'incapacità di fondare un rapporto vero con la pubblica opinione e, più in generale, con la cittadinanza.
A ben guardare questo accade a tutte le regioni del centrosud, con la sola lodevole eccezione della Basilicata.
A mio modo di vedere questo dipende principalmente dalla mancata focalizzazione su due questioni centrali per il buon governo: l'elaborazione programmatica e la scelta della classe dirigente in grado di realizzare il programma proposto agli elettori.
Spesso, anzi, i programmi sono stati considerati adempimenti formali da delegare all'una o all'altra tipografia più a portata di mano. Così si spiegano i lunghi periodi di rodaggio dopo le elezioni, poiché i neoeletti, terminata la festa, facevano fatica a trovare il bandolo della matassa del che fare. In questo modo sono stati spesi i primi 30/36 mesi dei vari governi per poter arrivare a disporre di un poco di consistenza programmatica, purtroppo in una fase già volgente al termine della legislatura e quindi per sua natura poco fruttuosa di fatti incisivi e duraturi.
Per la scelta dei vertici è stata scansata sempre l'idea di proporre candidature plurime tra cui poter scegliere, per legittimare piuttosto ogni volta un candidato taumaturgo proveniente dall'alto, da fuori, possibilmente estraneo al contesto regionale, solido soprattutto nell'ostentata pretesa di saper fare a prescindere. In questi errori centrodestra e centrosinistra sono stati assolutamente gemelli.
Rispetto a questo dobbiamo essere assolutamente discontinui. Dobbiamo mettere insieme un gruppo dirigente che conosca questa regione, i suoi punti di forza e di debolezza, la sua identità, le sue aspirazioni per il futuro.
Dobbiamo scegliere per il Consiglio Regionale, per la Giunta, per la Presidenza della Regione persone consapevoli che, dal giorno dopo l'elezione, c'è bisogno di attuare gli impegni presi con gli elettori, c'è urgenza di decidere quello che serve all'Abruzzo.
Nella nostra storia abbiamo conosciuto due stagioni che meritano ancora di essere riconsiderate: la presidenza di Emilio Mattucci negli anni Ottanta e il biennio 1993-95 governato da Del Colle e Viserta. Due periodi contrassegnati da uno sforzo intenso di programmazione decisionale. Quello che si è realizzato di buono sul piano infrastrutturale nei 15 anni successivi si deve alle decisioni prese in quei momenti.
Da allora l'impianto programmatorio è stato evitato come se si trattasse di un vezzo pedante da mettere in soffitta. Eppure i numeri di cui dispone questa regione inviterebbero a ragionare in termini di programmazione strategica. Cito ad esempio i dati pubblicati dal Sole 24 Ore a proposito dei redditi medi nei comuni italiani, da cui si evince che nella nostra regione al primo posto c'è Pescara, con 17.703 come reddito medio per cittadino, mentre Teramo segue anche L'Aquila e Chieti, con un reddito medio per cittadino di 16.048. Accanto a questi, voglio ricordare il Pil pari a 28 miliardi di euro, le 100.000 imprese attive e vogliose di fare molto di più, i numeri virtuosi del risparmio bancario e degli impegni finanziari a sostegno delle idee degli abruzzesi, cui si aggiunge la forza del capitale umano, rappresentato soprattutto dai 400.000 giovani che ogni giorno sfruttano le loro risorse intellettuali per prepararsi al futuro individuale e collettivo.
Abbiamo bisogno di una classe dirigente in grado di cogliere questa ricchezza e di dare risposte all'Abruzzo inteso come insieme vivo di persone, imprese e territori.
A tutti bisogna consentire maggiori opportunità che sono saperi, conoscenze e sicurezza per le persone, innovazioni, immediatezza procedurale e internazionalizzazione per le imprese, infrastrutture e qualità degli assetti per i territori.
Le Regioni hanno tutti i poteri per realizzare queste opportunità, grazie all'abbondanza della risorsa normativa di cui dispongono. C'è bisogno di chi sappia utilizzarla, possibilmente con un adeguato orizzonte di lavoro, che se fruttuoso si sviluppa per 10 anni, come è accaduto in Lombardia e in Basilicata.
Questo accade se si insedia una classe dirigente non casuale, che ha studiato, approfondito, costruito un'alleanza e un programma per corrispondere alle aspettative dei cittadini di poter vivere meglio in comunità più attive e sicure.
Un grande liberale come Guido De Ruggiero ci ha lasciato un'importante indicazione di metodo riflettendo sulle responsabilità di governo: "Le alleanze non devono servire per far festa la sera delle elezioni, ma devono promuovere la cultura della responsabilità di assumere impegni e di mantenerli, avendo a mente che il tempo passa anche per la vita delle istituzioni".
(*) segretario regionale del partito democratico e sindaco di Pescara