Il commissario aspetta l'offerta di Colaninno, poi si potrà discutere
ROMA. Prima l'offerta, poi il confronto sindacale su quanti lavoratori lasciare a casa. Purché si faccia in fretta, purché in dieci giorni sia scritta la parola «fine» sotto la privatizzazione più lunga affrontata da un'azienda italiana. Undici anni, dal 1997, quando si varò la liberalizzazione dei cieli. Questo il canovaccio proposto dal governo ai sindacati di Alitalia, ieri sera. «Non potranno dire di no», ha sostenuto convinto da Bruxelles il premier Silvio Berlusconi. Anche perché un «no» dei sindacati manderebbe a gambe all'aria il piano Fenice, con ventimila lavoratori a casa. Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa SanPaolo, è stato chiaro in proposito. Ma i sindacati non possono dire sì a scatola chiusa.
Di esuberi si può parlare solo dopo aver discusso il piano industriali aveva avvertito dalle colonne dei giornali Guglielmo Epifani, leader della Cgil.
Per questo ieri sera non si è avviato alcun confronto. Al ministero del Lavoro c'erano i sindacati del trasporto aereo, undici sigle, c'era il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, c'era il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, c'era il commissario per l'Alitalia Augusto Fantozzi, già nel pieno dell'operatività. Non c'era, ovviamente, l'advisor Intesa SanPaolo, incaricato della stesura del piano di salvataggio della compagnia aerea di via della Magliana. E men che meno c'era Roberto Colaninno, capo della cordata italiana che in prima persona intende raccogliere la sfida del salvatagggio.
Al tavolo c'erano anche alcuni fantasmi. Intanto quelli di circa settemila esuberi calcolati dai tecnici di Corrado Passera. E poi c'erano i fantasmi dei creditori. Augusto Fantozzi ha presentato cifre disastrose: 180 milioni di euro in cassa a fine agosto, qualcosa più di 30 milioni di euro a fine settembre. Aleggiava, su tutto, l'incubo del fallimento, strada obbligatoria in caso di ostilità contro i piani della Cai: sul punto convergono le opinioni di Roberto Colaninno e Silvio Berlusconi, proclamate ancora ieri con una certa enfasi.
Dunque bisogna fare presto e, secondo i padri politici e finanziari del piano, i sincacati non si possono tirare indietro. Dato questo presupposto tutto è possibile, anche che si tratti su numero degli esuberi. Tanto «nessuno sarà lasciato solo», ha continuato a dichiarare Silvio Berlusconi, offrendo la sua parola in garanzia sia per le retribuzioni che per l'accompagnamento verso altre forme di occupazione.
Mette comunque le mani avanti il premier. Se i soldi non bastassero? Se i soci fondatori della Compagnia aerea italiana, sedici, non riuscissero a raccoglire il denaro sufficiante al rilancio? «Sono pronti soci minori, pronti a investire dieci, venti milioni di euro», ha detto il premier continuando a sostenere la necessità assoluta di mantenere l'italianità della nuova Alitalia. Gli stranieri, se vorranno, potranno entrare nel capitale della compagnia con quote simboliche.
Al di là delle esuberanze del presidente del Consiglio, comunque, Palazzo Chigi non si sottrarrà al confronto.
Gianni Letta continuerà a sedere al tavolo del ministero del lavoro, riconvocato per domani alle 15, quando il commissario Fantozzi avrà ricevuto la formale offerta della Cai di Colaninno. «Il governo non intende assentarsi», ha detto Letta alle rappresentanze sindacali presenti, probabilmente convinto come Berlusconi che «i sindacati devono fare il proprio mestiere» ma che le soluzioni indicate dal piano Fenice sono le uniche possibili. In caso contrario non ci sarebbero lavoratori in esubero, ha detto a Bruxelles il premier, ma «ventimila senza un posto di lavoro».