PESCARA. L'affondo del re delle cliniche all'ex governatore dura sei ore. «Ho pagato 19 tangenti a Del Turco. Ho subìto minacce di morte. Mi hanno tirato il collo ma vado avanti. Questo è solo l'inizio». L'incidente probatorio parte in modo esplosivo. Vincenzo Angelini conferma le accuse agli indagati di Sanitopoli. Parla dalle 10,30 fino a metà pomeriggio, accusa nuova e vecchia giunta, tira dentro tutti: da Pace a Domenici, da Masciarelli a Quarta e Cesarone. Parla fino allo sfinimento e costringe i magistrati Trifuoggi, Di Florio e Bellelli a rinviare a oggi il secondo round.
I PRIMI SEI MILIONI. «Mi tirava il collo e io pagavo», così comincia l'interrogatorio del grande accusatore, Angelini.
I venti avvocati che chiedevano la ricusazione del giudice, Maria Michela Di Fine, perdono il primo round. Il loro ricorso viene definito «manifestamente infondato» dal gip. Angelini, quindi, può parlare. E le sue frasi diventano subito macigni. Comincia con le prime tangenti del dicembre del 2004.
La Procura gli chiede: «Quanto ha pagato all'ex manager della Asl di Chieti?». Il grande accusatore risponde: «Sei milioni di euro». In che circostanza? «Incontrai Luigi Conga in una casa a Pescara. Mi disse: devi darmi 100 mila euro al mese e io ti pago le prestazioni sanitarie».
Angelini mostra un foglietto su cui ha appuntato nove prelievi in banca, sono le presunte mazzette all'ex manager della Asl di Chieti. E chiede all'accusa di poter avere una bottiglia d'acqua ma, dalla platea degli indagati, Conga si fa sfuggire la battuta quasi sarcastica: «Gliela compro io» e fa la mossa di dare spiccioli ad Angelini che perde le staffe e sbotta: «Esigo rispetto. Non ammetto commenti».
LO SFOGO AL BAR. Il clima è da pugnalate quando il gip, Di Fine, impone la prima pausa. Conga va dritto al bar e ordina un cappuccino con l'orzo. «Adesso dobbiamo soffrire poi parleremo noi», dice l'ex manager Asl mangiando un cornetto alla marmellata. «Questa è una pagliacciata. Ci ha rovinato sulla sua parola. Continua a dire che gli dicevamo: o mi dai i soldi o ti ammazzo. È uno schifo. In sei interrogatori non ha mai parlato di me, solo all'ultimo mi ha infangato. È la sua parola contro la mia. Si è appuntato tutti i prelievi su un foglietto, ma non ha testimoni».
L'interrogatorio riparte. Angelini parla della Deutsche Bank, poi lancia il primo affondo a Del Turco.
«ACCUSO DEL TURCO». «Quarta era la mente. Rendeva operative le direttive di Del Turco. Ma era Cesarone a chiedere soldi per conto di Del Turco. Proprio Cesarone che è stato eletto nel Pd grazie al mio apporto».
Il re delle cliniche private mostra il conto delle presunte tangenti versate all'ex governatore: in totale, secondo lui, sono 19. E aggiunge un nuovo elemento: «La parola d'ordine di Cesarone non era solo "vai da Ottaviano" ma anche "vai a Santa Maria"», intendendo la clinica di Avezzano di Angelini.
Del Turco ascolta le accuse. È solo in fondo all'aula. Quarta, invece, fa commenti a bassa voce. Angelini riprende: «Si faceva quello che diceva Quarta. Sulla sanità rivolgiti a lui, diceva Del Turco che non guardava mai i soldi ma preferiva parlare di quadri. Del Turco diceva: a me piace ascoltare la musica della politica. Di sanità parla con Quarta».
Della casa di Collelongo, il grande accusatore descrive praticamente tutto e si sofferma sulla libreria e un tavolo dove poggiava le tangenti. Ricorda anche l'episodio più singolare: la presunta mazzetta di 200 mila euro nascosta tra le mele. Di Giancarlo Masciarelli che dice? Angelini lo definisce ancora «il Conte di Cavour», il «dominus», il «monarca» che «gestiva tutte le questioni della sanità, comprese le delibere». Ma lo descrive come personaggio molto competente, l'unico. Poi «assolve» Francesco Di Stanislao, ex direttore dell'agenzia sanitaria regionale, «è una persona di assoluto candore che si è scontrata con la resistenza politica». Ma torniamo a Del Turco.
SOLDI SULLA SCRIVANIA. Angelini sostiene che le leggi sulla sanità (la 20 e la 6) sono state promulgate dalla giunta Del Turco «solo per ricattarmi». E racconta tutti i viaggi a Collelongo: «Per portare tangenti nel giaccone con tasche molto ampie».
Il re delle cliniche aggiunge particolari: «Poggiavo le tangenti non solo sulla libreria ma anche su una scrivania di legno rustico». Del Turco ascolta in fondo alla stanza e non commenta. «Io disperato quando andavo a Collelongo?», prosegue Angelini, «veramente lo ero di più quando ripartivo da Collelongo».
Il re di Villa Pini mostra al giudice il secondo foglietto su cui ha appuntato 19 prelievi (per un totale di 5,8 milioni) segnati con un evidenziatore giallo e commenta: «Non mi ricordo cosa ho mangiato ieri. Figuriamoci cinque anni di tangenti». Poi conferma anche le presunte mazzette pagate agli altri.
MINACCE DI MORTE. «Le ho date a Forza Italia, a Masciarelli, a Vito Domenici e Giovanni Pace». Ma su quest'ultimo, ex presidente della giunta di centrodestra, ammette di aver consegnato 100 mila euro all'ex genero, Vincenzo Trozzi e non direttamente a lui che, presente in aula, tira un sospiro di sollievo. Ma il re delle cliniche dice anche di essere stato costretto da Pace a stipulare un contratto di consulenza con Trozzi, commercialista, da 25 mila euro l'anno.
Arriviamo al passaggio più delicato della prima parte dell'interrogatorio che si sviluppa durante la mattinata, dalle 10,30 alle 14: «Mi minacciavano di morte», afferma Angelini. «Mi avrebbero ammazzato. Se cambia la maggioranza di governo sei un uomo morto», gli avrebbero detto quelli della giunta di centrodestra. Morto dal punto di vista imprenditoriale.
«Mi spezzavano le gambe anche Del Turco, Quarta e Cesarone se mi vedevano a parlare con Srour o la Misticoni. E la giunta attuale mi sta affossando», dice Angelini accusando pesantemente Enrico Paolini e l'imprenditore-rivale della sanità privata, Luigi Pierangeli.
RISOTTO DI MASCIARELLI. La pausa pranzo dura un'ora, dalle 14 alle 15: indagati e pm si ritrovano a mangiare panini nello stesso bar vicino alla Procura. Masciarelli, il Cavour della sanità, mangia risotto.
L'interrogatorio riparte, ma subito dall'aula sbuca un indagato che esclama: «È pazzo, è pazzo». Angelini però è preciso. «Conferma e aggrava le accuse per tutti», si fa sfuggire un avvocato.
LE ACCUSE A DOMENICI. La tangente da 500 mila euro pagata al casello di Pratola Peligna all'ex assessore alla sanità, Domenici, viene dimostrata da Angelini con le ricevute del Telepass dell'A25. «Era stato Masciarelli a chiedermi di pagare Domenici...». Ma questi, fuori dall'aula, dice caustico: «È falso. Per accontentare Angelini l'assessore alla Sanità doveva farlo lui».
«VITTIMA DI CONGIURE». Il re delle cliniche parla da sei ore quando accusa la fatica e si lascia andare allo sfogo finale. Agli avvocati dice: «La mia è la morte del cigno, voi difendete un sistema trasversale. Io ormai sono un ex, sono qui solo per i miei figli, vengo in tribunale per sradicare e mettere in luce un sistema che mi ha schiacciato e ha distrutto sessant'anni di attività della mia famiglia».
«Sono finito. Contro di me troppe congiure anche da giornali del gruppo De Benedetti. Sono finito», ripete e avverte, «ma questo è solo l'inizio».
Alle 16,48 il grande accusatore è sfinito. Parla lentamente quando il procuratore, Nicola Trifuoggi, gli chiede se ce la fa oppure se vuole riposarsi e riprendere oggi. Angelini getta la spugna. Si alza e lancia l'ultima frase a effetto contro Del Turco e gli altri: «Mi hanno accecato come Polifemo».