Col nuovo incarico lascia l'Asl calabrese sciolta per mafia
PESCARA. Il suo mandato comincia con una lettera di dimissioni. Per rimettere in piedi la barca della sanità abruzzese, a picco per i debiti, il super-manager Gino Redigolo lascia la Calabria. Rinuncia all'incarico all'Asl di Reggio, sciolta per infiltrazioni mafiose, ed è pronto a dedicarsi «24 ore al giorno» all'impresa di tappare il grande buco. «Mi ha fatto piacere che il ministro Sacconi abbia pensato a me. Per chi lavora nella sanità è esaltante impegnarsi sui problemi da risolvere».
Commissario, sa già cosa l'aspetta in Abruzzo?
«Sì, e lo so talmente bene che ho chiamato il generale Cetola, che mi aveva dato l'incarico di direttore qui a Reggio Calabria, dove mi trovo adesso. Avevo dato una disponibilità di massima al ministro ma la notizia l'ho avuta solo stamattina (ieri mattina, ndr). Non conosco il testo della nomina. Lo devo ancora leggere. Impossibile fare la spola. Mi dedicherò totalmente all'Abruzzo: so che c'è molto da fare».
Da dove si comincia?
«La Regione ha già assunto iniziative che vanno nella giusta direzione. L'ho letto su Internet: ci sono impegno e azioni volte a ritrovare l'equilibrio dei conti. Devo esaminare bene la situazione e spero di avere buoni collaboratori: li ho sempre trovati dovunque sono andato e sono sicuro che li troverò anche in Abruzzo».
Della bufera giudiziaria è al corrente?
«Ho letto i giornali: mi auguro che la magistratura faccia chiarezza e se qualcuno è innocente che risulti tale».
Cosa promette agli abruzzesi?
«Devo sentire il ministro e la Regione: spero di poter ottenere quel risultato che la popolazione si attende: buoni livelli di assistenza con un buon equilibrio economico-finanziario».
Come si conciliano le due cose?
«Se alcune regioni ci riescono devono riuscirci anche le altre, a patto che siano disponibili a rivedere l'organizzazione sanitaria. I modelli che nel passato avevano un senso devono essere rimessi in discussione. Ci sono ovunque delle resistenze al cambiamento, nella sanità ne ho sempre trovate. Ma dialogando con quelli che non hanno interessi particolari da difendere, con coloro che hanno a cuore il bene della sanità e vogliono impegnarsi per risolvere i problemi la strada si trova».
Sanità e politica vanno d'accordo?
«Non mi sento un politico. Ho militato nella Dc, ma ho sempre lavorato. Sono stato amministratore. L'ho fatto per la soddisfazione di veder realizzate alcune cose: strade, fognature e scuole. Ho lasciato la politica nel 1994. Tutta la mia esperienza lavorativa è nella sanità. Dal 1974 a oggi ho lavorato nelle Asl. Il rapporto della sanità con la politica dev'essere buono. Se la politica si limita a fare il suo mestiere, cioè rappresentare i bisogni della gente, è un interlocutore valido. Ma non deve prendere il sopravvento e nella gestione non deve entrarci. Gli obiettivi sono salute e sanità economica. Se la politica vuole verificare i risultati fa bene. Diventa un male se si mette nell'organizzazione o prova a imporre e tutelare situazioni che invece vanno cambiate».
È un problema di uomini?
«Sì. Ho lavorato sempre con operatori di grande professionalità e sono sicuro che anche lì ne troverò».
Conosce l'Abruzzo?
«Pochissimo. Ci sono stato di passaggio. So che c'è una grande voglia di cambiamento. Se c'è qualcosa di buono, però, non va buttato via».