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Pescara, 26/06/2026
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Data: 12/09/2008
Testata giornalistica: Il Centro
I soldi della sanità dirottati su altre spese. Che cosa c'è all'origine del deficit e del commissariamento dell'Abruzzo

L'ultimo caso ha provocato un buco di 70 milioni e ora il governo ha detto stop. Per primo se ne accorse Prodi che invitò la regione a rimediare. Ma ormai la spesa non era più sotto controllo

PESCARA. Ora si dice che la sanità strozza il bilancio regionale. Ma per anni la quota di fondo sanitario statale che arrivava da Roma in Abruzzo è stato il vero polmone della politica regionale. E non certo della politica sanitaria. Polmone, sia chiaro, pulito, legale, altra cosa dalle vicende giudiziarie di questi giorni. Una vacca da mungere quando non si sapeva dove prendere i soldi per questo o quel progetto e per questo o quel finanziamento (omnibus e simili). Uno strumento per amministratori pigri o male attrezzati, incapaci di trovare altre forme di finanziamento.
I tecnici spiegano la cosa dicendo che lo Stato permetteva che i fondi della sanità venissero registrati "per cassa" e non "per competenza". Cioè una volta stanziati per la sanità, sulla base della spesa storica, venivano messi nel calderone del bilancio regionale e utilizzati di volta in volta secondo le esigenze. Un espediente contabile che permetteva di fare cose mandando in rosso la sanità. Perché comunque quel settore andava finanziato. È su questo punto che è caduto l'Abruzzo, e ha fatto decidere prima Romano Prodi e poi Silvio Berlusconi a commissariare la sanità regionale (lo ricorda lo stesso governo nel comunicato di ieri in cui si annuncia il commissariamento).
L'abitudine è durata anche dopo che la Finanziaria 2006 aveva imposto alle Regioni di iscrivere il fondo sanitario, e tutte le somme affini, per "competenza", destinandole dunque solo alla spesa sanitaria. E infatti quando ci fu il primo aumento delle addizionali Irpef e Irap, in Consiglio regionale ci fu battaglia per destinare queste somme alle attività produttive (sostenitrice di questa scelta fu la maggioranza). Ma il governo si accorse poco dopo della manovra e chiese alla Regione di rientrare. L'assessore al Bilancio Giovanni D'Amico si trovò con 70 milioni circa da recuperare in quattro e quattr'otto (fu convocata una giunta in un ristorante sulle colline pescaresi, un sistema itinerante che Del Turco usava per compattare la sua maggioranza). Quella è stata, per stessa ammissione di Palazzo Chigi, la molla che ha dato la carica a tutto il sistema che ha portato al commissariamento. Perché da 70 milioni poi si arrivò ai 294 milioni di extradeficit, che sono stati lo scoglio mai superato dal piano di risanamento abruzzese.
I 70 milioni riguardano però solo l'ultima tranche della spesa sanitaria. Perché se si vanno a leggere i bilanci degli ultimi dieci anni, il deficit maturato dalle Asl regionali è sempre superiore alla differenza tra quanto arrivava nelle casse della regione e quelle che venivano impiegate per pagare i servizi degli ospedali, sia pubblici che privati. Segno che una quota prendeva altre strade. È questo il capitolo tutto pubblico, politico, dello spreco della sanità regionale. Con l'ultimo bilancio non è più così perché le regole si sono fatte stringenti. Ma gli abruzzesi continueranno a pagare quelle somme distratte almeno per 30 anni, la durata dei mutui.

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