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Pescara, 04/05/2026
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14/09/2008
Il Centro
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Villa Pini, dipendenti senza soldi da 4 mesi. Angelini non li paga, non firma accordi con la Asl, eppure qualcuno lo difende |
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Alla proprietà chiedono almeno un acconto e assediano i sindacati Tanti al lavoro, ma allo stremo CHIETI. Senza stipendio da 4 mesi non ne possono più. I 1600 dipendenti di Villa Pini non nascondono la disperazione e scaricano contro Regione e Asl le tensioni accumulate per le bollete non pagate, le rate di mutuo evase o per quei conti dal pizzicagnolo che crescono a dismisura. Anche se gli stipendi vengono negati da Angelini che, tuttavia, almeno apparentemente, difendono: «Se non riceve i soldi, come fa a darceli?», dicono alcuni per quanto la storia degli stipendi ritardati sia vecchia. Nella saletta del sindacato Camillo Poveri della Cgil, Ruggero Sciarrelli e Vincenzo Maccione della Uil aspettano l'incontro in Provincia di martedì. Sperano che maturi l'accordo con la Asl per il pagamento delle prestazioni alla clinica. Emilia Garbero entra con la forza di un ciclone. E' venuta da Maccione a chiedere che medi con i piani alti per darle almeno qualche centinaio di euro di acconto. «Ho 5 figli e non posso andare avanti più. Faccio una pazzia. E' difficile guardare il volto dei tuoi figli che hanno fame. Il frigorifero di casa è vuoto da giorni. Per risparmiare le preoccupazioni, ho nascosto nei cassetti le bollette non pagate. Tra un po' mi staccano il gas e l'Ater mi ha sfrattata. Sono stanca». «Non vedevo quel quadernetto da anni». Giovanni D'Acquini tiene la testa tra le mani e di rado alza lo sguardo. «Meno male che mi conoscono», dice, «così mi fanno credito. Dal fruttivendolo, dall'alimentari, ogni mia spesa è annotata su un quadernetto e, forse, riuscirò a pagarli. Sono ausiliario in questa clinica da anni, non era mai successa una cosa del genere, per tutti questi mesi. Ho paura». I lavoratori non pagati da Angelini non vogliono nascondersi. «Di che cosa dobbiamo vergognarci? Di lavorare e chiedere quel che ci spetta?». Giuliano La Canale da 32 anni è centralinista a Villa Pini. «I soldi servono ogni giorno, mia figlia il mese scorso ha pagato 500 euro solo per fare la domanda di dottorato all'università. La moglie di mio figlio ha perso il posto in clinica e con un mutuo sulle spalle sono dolori». Carlo De Felice e Romano Liberati, chirurghi, non ce la fanno più a stare zitti. «Penso ai malati oncologici, in attesa di un intervento chirurgico d'urgenza o a quelli cardiopatici», dice De Felice, «sono oggi di fronte a liste d'attesa infinite e noi non possiamo fare niente. Allora stiamo a quanto ci impone la Regione e non siamo d'accordo che non pagano neanche le prestazioni erogabili ed erogate. Non è possibile». «Stiamo lavorando, facendo il nostro dovere», incalza Liberati, «non discutiamo il pregresso ma quello fatto sui criteri dettati dalla Regione». La Asl ha proposto un patto, ma Angelini non lo ha ancora accolto. Certo sorprende che vengano ancora a lavorare senza essere pagati. «Questa è una famiglia», risponde subito Anna. E' caposala, sta vendendo la casa. «Sono divorziata, monoreddito e non posso più permettermela, però io a lavorare vengo ogni giorno. Il dottore mi ha dato l'autonomia e questo non lo dimenticherò mai. In clinica siamo come in una grande famiglia e dentro ci rimani sia quando le cose vanno bene, che quando vanno male. Certo sono disperata. Tagli tutto, anche sul mangiare, ma poi devo mantenere la calma. Vengo a lavoro e i miei colleghi mi raccontano la loro disperazione. Devo trasmettere forza di credere ancora nel domani e di sorridere, perché di fronte a noi ci sono altre storie di sofferenza e i pazienti non meritano di vederci tristi». Le fa eco Incoronata Spadaccini, caposala in cardiologia: «Il personale continua a lavorare con rigore e professionalità, con l'unico rammarico di non poter garantire un'offerta adeguata alla richiesta». Sottolineano che tanti altri colleghi del gruppo, in Abruzzo, vivono ore difficili. Alessandra sussurra: «Io e mio marito lavoravamo entrambi qui. Lui ha perso il posto e siamo senza stipendio da mesi. La macchina è ferma perché non ho soldi per l'assicurazione. A mio figlio l'università l'ha pagata mia sorella. Ho anche il mutuo. Non ce la faccio più».
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