ROMA. Gli assistenti di volo dell'Anpav hanno capitolato. Sono pronti a firmare l'accordo con la Compagnia aerea italiana così come hanno fatto Uil, Cisl e Ugl. La sofferta privatizzazione Alitalia torna al via anche se la cordata di imprenditori italiani messa insieme da Intesa SanPaolo e benedetta dal premier Silvio Berlusconi non ne vuole più sapere del tavolo. La politica del «prendere o lasciare» è l'unica che la società presieduta da Roberto Colaninno è disposta a praticare.
La nuova posizione dell'Anpav apre qualche spiraglio e viene considerata dal governo una «responsabile presa d'atto». Parole del ministro del lavoro Sacconi. Anche perché il tempo di Alitalia starebbe scadendo.
Il segnale arriva dal presidente dell'Enac Vito Riggio che ha annunciato di aver avviato le procedure per la verifica della licenza di volo: «Se non ci fosse nulla di concreto sul tavolo, tempo una settimana o al massimo dieci giorni gli aerei non potrebbero più alzarsi da terra».
Ma Sdl, Anpac, Unione piloti e Avia non cedono. Continuano a lavorare per una trattativa «360 gradi», che la Cai non vuole e che invece anche la Cgil, sotto il pressing degli altri confederali preferirebbe.
Quelli che non hanno ancora firmato, in realtà, vorrebbero ripartire da capo, secondo le regole. Con un bando vero, europeo, tanto per verificare nei fatti l'inesistenza d offerte straniere. In più chiedono che l'Enac la smetta di minacciare il ritiro della licenza di volo. Lunedì il commissario Fantozzi vedrà il presidente Vito Riggio e in quella occasione, chiedono piloti e assistenti di volo, bisognerà chiarire che le modifiche alla Marzano decretate dal governo permettono ad Alitalia di continuiare a lavorare.
Il giorno dopo del gran rifiuto di autonomi e Cgil poche cose sono certe. E meno quelle che contano. Due, in particolare. Non esistono efferte straniere, al massimo qualche cauto interessamento di Air France-Klm, British Airways e Lufthansa per una partnership operativa e una quota di minoranza nella Cai. Non esistono né la volontà politica né la possibilità tecnica, non vuole l'Europa, di una rinazionalizzazione totale di Alitalia. «Un'ipotesi assurda», secondo Tremonti. Se ne è parlato al consiglio dei ministri anche se in quella sede il premier Berlusconi ha preferito tacere e lasciare che fosse Gianni Letta, paziente tessitore pronto a riunire lunedì Cai e ministro, a svolgere la relazione.
La sintesi della discussione è riussunta dal ministro del lavoro Maurizio Sacconi. «Non c'è alternativa alla Cai, dobbiamo tornare al tavolo della trattativa», ha detto. E anche il commissario Augusto Fantozzi spinge per una ripresa, uno a uno o tutti insieme, purché il ragionamento convinca i sindacati critici a firmare. Per questo ieri ha invitato tutti i ribelli in via della Magliana. Non convocati perché lui al momento non ha nulla da trattare, gli aerei vanno fino a quando ci sono carburante e un po' di euro in cassa per tirare avanti. La caratteristica informale dell'incontro è stata rifiutata dalla Cgil, che non si è presentata.
Il sogno dei lavoratori di tornare statali o diventare esteri, insomma, è destinato a essere deluso. Così come deluso è quello dei lavoratori AirOne di entrare a far parte della nuova Alitalia. Cominciano a preoccuparsi perché la compagnia di Carlo Toto, nonostante la partnership con Lufthansa e le licenze per i nuovi Boeing, ha un miliardo di debiti, quasi la metà con Intesa SanPaolo.