ROMA. Il premier Silvio Berlusconi ha identificato un altro nemico: piloti e assistenti di volo di Alitalia. Lui ha la coscienza a posto, aveva promesso una cordata, aveva garantito di far allargare i cordoni della borsa agli imprenditori italiani, aveva sostenuto lo sventolio del Tricolore sugli aerei di Alitalia. «La promessa l'abbiamo mantenuta», dichiara orgoglioso, perciò se ai lavoratori la soluzione non piace questo è «un problema loro». Il premier, di sicuro, non appartiene al partito della ripresa della trattativa.
L'alternativa alla Compagnia aerea italiana secondo lui «è il fallimento».
Per un giorno Berlusconi abbandona il tormentone contro la sinistra, «meglio stare zitti», e si concentra con chi ha fatto saltare l'operazione: «Auspico una ravvedimento da parte di quelli che si sono opposti». Inutile, spiega, sperare in una nuova, totale, nazionalizzazione di Alitalia, «l'Eupopa non ce lo permetterebbe».
Il ravvedimento serve per chiudere la partita, significa che chi finora era contrario deve dirsi d'accordo perché si torna al tavolo «solo per firmare», e qui è il ministro del lavoro Maurizio Sacconi che parla.
Il referendum pro e contro la Cai, soprattutto dopo l'intervista del leader Cgil Guglielmo Epifani che dalle colonne di Repubblica ha suggerito di guardare all'estero, anima la giornata politica. E fa proseliti. A favore della cordata italiana («è l'unica possibilità») Letta, Enrico, del Pd, non lo zio Gianni che a favore della Cai ci sta per dovere d'ufficio di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Per la verità le prese d'atto ieri si sono moltiplicate, un crescendo fino alla proposta bipartisan di Francesco Rutelli, uno dei leader del Pd: salviamo insieme Alitalia, ha suggerito immaginando una collaborazione a tutto campo di Partito democratico e centodestra. Solo Pierluigi Bersani continua a intravedere un «piano B».
Domani Gianni Letta riprenderà la paziente opera di mediazione, riunendo ancora una volta il commissario di Alitalia Augusto Fantozzi con i ministri del Lavoro e dei Trasporti, Maurizio Sacconi e Altero Matteoli. Insieme tenteranno di riportare al tavolo la Cai e i sindacati ancora ostili al contratto della nuova Alitalia, Anpac, Unione piloti, Sdl e Cgil trasporti. Le sigle che, secondo il leader della Cisl Raffaele Bonanni, rappresentano «l'interesse di pochi».
La trattativa che doveva essere conclusa per ben due volte negli ultimi dieci giorni potrebbe, insomma riaprirsi, per cercare punti di incontro tali da superare il «prendere o lasciare» proclamato più volte da Rocco Sabelli, amministratore delegato della Cai e rispolverato ieri da Bonanni nei confonti della Cgil: «Epifani lasci o prenda». Tutti, in realtà, hanno una gran voglia di tornare a discutere. A cominciare dalla Cgil, che alla Cai chiede di «non buttare a mare quanto di buono è stato fatto».
Una posizione, quella della Cgil, che in qualche modo prende atto dell'inesistenza di alternative, al momento. Così come ne prende atto l'Ugl di Renata Polverini che però, benché abbia già firmato, vuole garanzie per le officine Atitech di Capodichino. Se salta la Cai potrebbe saltare anche la minicordata Finmeccanica, Fintecna, Cai nella quale qualche giorno fa è stata identificata la salvezza per gli 800 della manutenzione pesante, la parte cattiva di Alitalia, quella che il piano di Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa SanPaolo, vuole liquidare.
A proposito di Passera, è l'unico in questi giorni che non ha urlato lanciando accuse di qua e di là. Si è limitato a un pacato «un'occasione sprecata», allontanando i riflettori dagli interessi che Intesa SanPaolo continua a nutrire sull'intera faccenda. Solo con l'approvazione del piano Fenice così come lui lo ha pensato, con l'ingresso di AirOne nella nuova Alitalia, la banca riavrà indietro le centinaia di milioni di euro prestate all'Ap Holding di Carlo Toto in questi anni.