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Data: 26/09/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Alitalia, tre miliardi al gioco del vinci-perdi di Mino Fuccillo

Era Air France, sarà Air France. Con la differenza, rispetto a marzo, di mille esuberi in più, 300 milioni di Stato già spesi, altrettanti di ulteriore deficit di gestione e un paio di miliardi di debiti e costi che prima avrebbero pagato i francesi e ora paga il Tesoro italiano. E' in corso un'animata gara per rivendicare il primato, il merito di questo lungimirante e redditizio affare. In Italia, non in Francia.
Sarà Air France e non poteva essere diversamente, fin dall'inizio, fin dal 2003. Già allora Alitalia non stava in piedi da sola. Era impossibile, altrimenti tutta la vicenda non sarebbe neanche cominciata.
Di vicende però ce ne sono state due, parallele e non convergenti. Quella dei fatti: una compagnia aerea mal gestita e comunque troppo piccola e obsoleta per diventare, da sola, una compagnia internazionale, unica stazza che consente di sopravvivere nel mercato del trasporto aereo. Su questa strada Alitalia è stata bloccata per anni dai sindacati, tutti. Dai partiti politici, tutti. E da tutte le sue interne corporazioni. Fino al risultato ultimo di un'Alitalia vendibile solo nella sua «polpa».
La seconda vicenda è politica, nella forma e nella sostanza che la politica ha in Italia. A inizio anno Alitalia andava venduta, finalmente venduta. Ma il governo Prodi, il governo del vorrei ma non vorrei, fu fermato da Cgil, Cisl, Uil oltre che da piloti e hostess. Soprattutto fu fermato da se stesso, dalla sua congenita impotenza.
Berlusconi fece da sponda e palo a Cgil, Cisl, Uil, piloti e hostess. Pubblicamente dichiarò che, vinte le elezioni, non avrebbe ratificato la vendita ad Air France. Poi mesi di battaglia politica. Alla fine della quale tutti si proclamano vincitori.
In effetti, dal punto di vista «politico» tutti hanno vinto almeno un po'. Berlusconi mantiene il punto della «italianità». Per qualche tempo, più di facciata che di sostanza, Alitalia-Cai sarà italiana, in mano alla cordata inventata dal premier. In tv può dire che è andata come voleva lui, che è lui che comanda, sussurrare che ha salvato anche Airone, sorvolare sui tre miliardi di costo della campagna di immagine. Simmetricamente Veltroni può dire che la sua opposizione non sfascia, che è responsabile e suggerire che, se non c'era lui, Air France non tornava e Alitalia falliva davvero. Epifani può dire di aver migliorato l'accordo, altro che Cgil settaria e irresponsabile: nessun salario tagliato di più del 7% e mille precari recuperati, forse, domani. Questo nel primo accordo firmato da Cisl, Uil e Ugl non c'era.
Ma i sindacati morbidi possono dire di aver con coraggio aperto la porta alla soluzione sfidando l'impopolarità. Per la politica e dintorni dunque è andato tutto più o meno bene, nessuno si è fatto male, ha stravinto o straperso, la faccia di ciascuno è salva e infatti i commentatori politici apprezzano.
Nel circuito politico-televisivo tutti hanno guidato con perizia. Fa parte del gioco che ora ognun dica: «Se non c'ero io...». Usciti dal circuito, altra musica. Anche se in patria non suona. Dice il Fmi: l'unica soluzione buona era quella senza peso per i contribuenti. Appunto. Diciamo che è andata bene: usi e costumi politici italiani stavolta sono costati tre miliardi. Altre volte va peggio. Ok, il prezzo non è giusto ma sono, diciamo così, i normali costi della politica.

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