Teramo. Tiene il comizio su una sedia, Misticoni va via prima che cominci a parlare. Messaggio ai due poli: «Abbiamo l'uomo che può guidare la Regione» E così lancia De Laurentiis
TERAMO. «Sì, è vero, Veltroni e Marini sono venuti da me e abbiamo parlato anche dell'Abruzzo. Ma non ho potuto dar loro una risposta. Devono essere gli uomini locali del partito a decidere, senza alcuna indicazione da parte mia. Concedo loro la massima libertà e fiducia».
Prima negli studi di Teleponte e poi nell'atrio del palazzetto dello sport di Teramo, dove parla - in piedi su una sedia! - davanti a non più di 250 persone che lo attendono eroicamente fino alle 22, il leader dell'Udc Pierferdinando Casini tira il freno rispetto alla probabile alleanza con il centrosinistra di cui parlavano i giornali nazionali di ieri. «C'è ancora molto tempo», risponde secco Casini a chi gli fa notare che il tempo stringe.
Tutto da rifare, dunque? Non è detto. Che l'Udc in questo momento sia più vicino a un accordo con il Pd lo si percepisce, e a Teramo lo si vede anche fisicamente. Nell'atrio del palasport, attrezzato alla bell'e meglio per un comizio "familiare" perché la serata da lupi (pioggia battente e freddo invernale) tiene lontana la folla, c'è molto Pd teramano: Misticoni (che però va via prima che Casini arrivi), Ruffini, Sottanelli, Di Pasquale e altri. Per il Pdl si spende il senatore Tancredi con un paio di esponenti comunali. È comunque un segnale di attenzione, ma non c'è la mobilitazione dell'altra sponda.
In ogni caso, Casini non si scopre. Anzi, tiene a prendere le distanze da entrambi i poli e sferra colpi di maglio, alla pari, sulle giunte regionali Pace e Del Turco. «C'è stata continuità tra loro», dice, «nella cattiva amministrazione. E lasciamo perdere la Tangentopoli della sanità: io non sono Di Pietro, io sono un garantista e aspetto che decidano i giudici, ma non serviva Tangentopoli per dirci che la classe dirigente abruzzese degli ultimi anni è stata chiusa, autoreferenziale. Chiunque oggi direbbe: meglio i tempi di Gaspari e Natali. Che il sistema di recente non abbia funzionato è poco ma sicuro. Noi vogliamo voltare pagina».
Già, ma con chi? «Sia centrosinistra che centrodestra», scandisce Casini, «in Abruzzo devono mostrare discontinuità rispetto a questo passato. Quanto a noi, dobbiamo fare una valutazione doppia: su quello che vogliamo fare e su dove c'è la possibilità di realizzarlo». Traduzione: si va con chi è d'accordo con noi sulle cose da fare. Ma non è che per caso l'Udc, più prosaicamente, andrà con chi candiderà un suo uomo a presidente della Regione? Ufficialmente la risposta è no, però un paio di segnali Casini li lancia. Uno, quando dice: «Abbiamo avanzato la disponibilità di un amico che riteniamo in grado di guidare la Regione (e indica Rodolfo De Laurentiis, ndr), ma sul tavolo non ci sono nostre candidature, c'è il nostro programma. E comunque non vogliamo una candidatura di testimonianza come quella dell'Italia dei Valori, noi vogliamo una candidatura per riuscire». Due, quando cerca invano di convincere De Laurentiis a parlare e gli scappa la battuta: «Quando sarà presidente della Regione, non sarà così timido».
Resta un dubbio: ma sarà vero che dovranno essere i dirigenti abruzzesi del partito a decidere con chi andrà l'Udc? Dubbio lecito, sia perché l'Udc regionale è commissariato, sia perché sulle alleanze Roma avrà comunque un peso determinante. Comunque, Casini avvisa il suo popolo di prepararsi alla possibilità di una nuova corsa solitaria. «Non vogliamo andare da soli per forza», dice, «ma non ci si può neanche sposare da soli. Queste regionali dovranno essere la conferma dello spazio politico che abbiamo conservato nel Paese a dispetto di chi ci voleva morti».