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Pescara, 15/05/2026
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Data: 02/07/2006
Testata giornalistica: Corriere della Sera
La protesta del «tassinaro»: li mandiamo a casa

ROMA - «Si devono ricordare che hanno vinto solo per 25 mila voti, bastiamo noi per rimandarli a casa»: parola di Daniele Laudonio, da sempre di sinistra, presidente di Prontotaxi. Un messaggio diretto al ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani. Anzi, «liberalizziamo i ministri», è il nuovo slogan. Perché qualunque sia la sigla, o il colore politico, i tassisti sono uniti nel respingere il decreto. Il luogo stabilito per la rivolta è una bella villa a due piani sull'Aurelia, a Roma. È la sede - con piscina - della più grande centrale radiotaxi italiana, il «3570». Il padrone di casa, il presidente Loreno Bittarelli, è di destra. Ma gli ospiti sono «ribelli» di sinistra. «Mi metterò in mezzo alla strada, che mi arrestino, me bruciassero , io la categoria non l'abbandono», proclama Carlo Bologna, il presidente dell'Ait, l'associazione italiana tassisti. Colore politico un po' indefinito, è stato chiamato «Spartacus» per la sua aria da tribuno, durante la guerra dei tassisti romani nel '98. E Spartacus è rimasto.
Una calma britannica caratterizza invece Antonio Migliaccio, responsabile trasporti Cna, «voto a sinistra». Come la mettiamo con queste liberalizzazioni? «Non la buttiamo in caciara politica. Come c'è un movimento che attraversa tutti gli schieramenti in Parlamento a favore delle liberalizzazioni, così fra di noi c'è trasversalità: siamo tutti per il "no". Il problema non è di oggi. E colorarlo politicamente è il danno peggiore che possiamo fare ai colleghi».
«Ma come si fa a mettere insieme i notai con i tassisti?», si chiede Maura Tirillò, anche lei voto all'Unione, presidente del settore taxi della Fita-Cna, prima donna leader in Italia della categoria. «Un nostro studio di settore - spiega - dice che un tassista mediamente guadagna 21 mila euro l'anno. Vogliamo paragonare questa cifra a quella di un notaio o di un avvocato? Alla fine ti fai delle domande...», aggiunge con amarezza.
Franco Seghini, il presidente di Samarcanda, ricorda: «Avevano promesso la concertazione e ci hanno fatto trovare questo bel piattino», mentre Nicola Di Giacobbe, un'antica militanza nella Cgil, fa un solo commento: «Così si ritorna al precariato».

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