ROMA - E ora gli insegnanti si rivolgono al Quirinale. Chiedono al presidente Giorgio Napolitano di «non firmare» il decreto Gelmini. A dare l'incipit è stato un blog di docenti. La catena di messaggi si è ingrossata e sono migliaia gli Sms che viaggiano lungo la Penisola: genitori e docenti esortano a scrivere lettere al Presidente della Repubblica. Vogliono salvare l'attuale organizzazione della scuola elementare. Intanto il decreto Gelmini è stato approvato dalla Camera con 280 sì, 205 no e 28 astenuti. Il provvedimento passerà ora all'esame del Senato, che entro la fine del mese dovrà convertirlo in legge. I sindacati, che già lo avevano annunciato, hanno risposto al decreto proclamando lo sciopero generale della scuola: il 30 ottobre docenti, tecnici e amministrativi, aderenti a Flc-Cgil, Cisl, Uil scuola, Gilda e Snals, bloccheranno l'attività didattica. «Facciamo sciopero per la politica sbagliata del governo», ha sottolineato Guglielmo Epifani, leader della Cgil. A Roma ci sarà una manifestazione. Ma prima, il 17 ottobre, in piazza ci saranno i Cobas che hanno indetto un proprio sciopero. Contro la soppressione dei maestri plurimi sono intervenuti anche gli assessori regionali all'istruzione: «Senza alcun confronto preventivo si vara una norma - afferma Silvia Costa, della Regione Lazio - che riduce l'offerta scolastica sui territori, impoverendo l'articolazione della didattica».
Pronta la replica del ministro Mariastella Gelmini: «Non comprendo i motivi dello sciopero laddove servirebbe uno sforzo comune nella direzione di migliorare la qualità della scuola. Scendere in piazza non porta vantaggio al Paese, agli studenti e agli insegnanti. Oggi gli insegnanti hanno degli stipendi bassi, bisognerebbe lavorare insieme per il reclutamento e per una carriera che non esiste. Questo Paese ha bisogno di riforme e oggi con quella della scuola si è fatto il primo passo. Ora abbiamo una scuola che guarda alla formazione ed al mondo del lavoro».
Ma ieri alla Camera sul decreto si sono fronteggiati i due schieramenti: favorevole il Partito delle libertà, contrari il Partito democratico e l'Italia dei valori. Lo scontro non si è consumato solo sull'articolo 4, quello che dopo 18 anni riporta in cattedra il maestro unico. E' in discussione l'intera linea politica che riguarda l'istruzione. La maggioranza giustifica i tagli sostenendo che la scuola «non può essere un ammortizzatore sociale, una fabbrica di assunzioni», con un milione e trecentomila dipendenti che, proprio perché troppi, guadagnano stipendi da fame: in media 14 euro l'ora, poco più di una colf. Risultato: per il Pdl è «necessario riorganizzare il sistema-scuola, poco produttivo e con troppi sprechi, restituendogli merito e severità». L'opposizione è insorta dicendo che «vengono utilizzati sistemi antidemocratici per varare una riforma» e che «anziché di tagli c'è bisogno di investimenti perché la scuola ha un ruolo strategico nel Paese». L'opposizione contesta anche il ricorso allo strumento del decreto, dal momento che «impedisce il confronto».
Pronti allo sciopero generale anche gli statali. I sindacati hanno annunciato azioni di lotta dopo la riunione con l'Aran per il rinnovo del biennio 2008-09. I sindacati del pubblico impiego hanno deciso tre scioperi regionali (Nord, Centro, Sud e Isole) da tenersi in tre distinte date. Successivamente, «in assenza di adeguate risposte», è prevista un'ulteriore giornata di sciopero nazionale, con manifestazione. In base alla legge sulla regolamentazione degli scioperi nei servizi pubblici, gli scioperi regionali dovrebbero tenersi tra ottobre e novembre.