Lo studio di Bankitalia sul costo del pendolarismo e la sua incidenza sui salari più bassi che pubblichiamo in approfondimento certifica, qualora fosse necessario, come le politiche del trasporto siano ormai diventate parte integrante della politica economica degli stati. E come sia necessario tenerne conto nel calcolo del benessere collettivo. Detta in soldoni, il trasporto pubblico è un tema di rilevanza nazionale, come sosteniamo da anni su queste colonne, ed è arrivato il momento che la politica se ne faccia carico, trovando un equilibrio virtuoso fra le esigenze locali e quelle del sistema-paese. Specie in un periodo in cui una crisi devastante di natura finanziaria ha messo a repentaglio il livello di vita raggiunto dal cittadino medio, prima incoraggiato da politiche immobiliari e creditizie dissennate ad allontanarsi dal posto di lavoro, poi penalizzato dalla crisi dei mutui, e infine costretto a sostenere anche un extracosto di mobilità perché il sistema pubblico non è in grado di garantire modalità di trasporto soddisfacenti e a buon prezzo. Chi parla oggi di sostegno delle retribuzioni dovrebbe pensarci su. Cos'è meglio, far ottenere ai lavoratori qualche decina di euro in più in busta paga, o permettere loro di raggiungere il posto di lavoro in maniera rapida ed economica? La questione non è da poco, e non pare che le teste pensanti della politica se ne stiano facendo carico. La spinta centrifuga dei meno abbienti verso le periferie abbandonata a se stessa è prologo sicuro a futuri disequilibri sociali, eppure nessuno ragiona di tutto questo, sperando forse che la solita mano invisibile sistemi tutto. Un grave errore.