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Data: 24/10/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Migliaia di studenti dicono no alla riforma. Sit-in in prefettura, slogan e un lungo corteo. Nessuna tensione con la polizia

L'AQUILA. Migliaia di persone (3mila secondo la polizia, oltre 5mila per gli organizzatori) hanno partecipato al corteo studentesco organizzato dall'Unione degli universitari per protestare contro il decreto Gelmini che prevede tagli ai finanziamenti statali degli atenei con il rischio della loro privatizzazione. La manifestazione, caratterizzata da striscioni e coloriti slogan, ha preso il via ieri alle 18 con un sit in davanti alla prefettura. Lì i giovani hanno sostato nella speranza di essere ricevuti dal prefetto, Aurelio Cozzani. A una delegazione è stato concesso di entrare ma il prefetto non era in ufficio.
I quattro ragazzi (Elvezio Zunica, Tino Colacillo, Francesca Lissa Lattanzio, e Carmela Tomassetti), in assenza di Cozzani, hanno portato ai funzionari gli atti riguardanti le loro assemblee e le loro iniziative con la promessa che verranno inoltrati al ministero e al governo.
La delusione per non avere potuto parlare con il rappresentante del governo è stata grande ma è servita a dar forza al corteo che poco dopo è partito per attraversare tutto il centro storico. «Le nostre ragioni contro le vostre minacce», «Gelmini, Tremonti fate bene i vostri conti», «La ricerca non va toccata». Questi e altri slogan (alcuni molto coloriti all'indirizzo di Silvio Berlusconi e del ministro dell'istruzione Maria Stella Gelmini) hanno caratterizzato il «serpentone» che è sfilato per il centro storico aquilano, tra tanta polizia, anche se si è trattato di una manifestazione estremanente pacifica senza alcuna tensione.
«Non stiamo protestando solo per noi» hanno spiegato gli studenti, «anche perchè molti sono vicini alla laurea, ma soprattutto per chi verrà. Se va avanti la legge di riforma si rischierà di pagare anche 10mila euro l'anno per iscriversi. La meritocrazia scomparirà con la fine della scuola pubblica e potrà studiare solo chi ha i soldi».
Gli studenti, ma tra loro c'erano anche esponenti sindacali, precari della Regione e docenti della scuola che rischiano il posto, si sono poi diretti verso corso Federico II per poi proseguire lungo corso Vittorio Emanuele «svegliando» la città con gli slogan urlati al megafono. Un corteo di giovani entusiasti anche per via della foltissima partecipazione.
Il corteo, che durante il passaggio si è arricchito di altra gente, è poi proseguito per i quattro cantoni per arrivare a Piazza Palazzo, proseguire lungo via Marrelli e sbucare su via Sallustio. Poi le migliaia di persone sono confluite di nuovo verso corso Vittorio Emanuele ripercorrendo il percorso a ritroso per ritonare alla prefettura. Lì è stata ribadita la richiesta di un colloquio con il prefetto ma era ancora assente. I giovani non si sono persi d'animo. E, alla richiesta di Alessia Ettorre, che per lunghi tratti aveva guidato il corteo in alternanza con altri giovani, si è deciso di ripetere la manifestazione la mattina del 30 ottobre, data della manifestazione nazionale contro la riforma della scuola a Roma.
«Chi non andrà alla manifestazione nazionale», hanno detto «è riconvocato per il 30 alle 9,30. Faremo un nuovo presidio in prefettura per incontrare il dottor Cozzani, e poi passaremo davanti al senato accademico che in quel giorno dovrà decidere le iniziative da prendere contro questa riforma. Noi saremo presenti e se possibile saremo anche di più». L'impegno degli studenti in vista di quella data sarà quello di fare assemblee, organizzare stand e diffondere in qualsiasi modo le ragioni della protesta.
Anche Luca D'Innocenzo, presidente dell'Azienda per il diritto allo studio ha voluto dire la sua. «I provvedimenti della Gelmini», ha commentato, «indirizzati a ottenere i tagli previsti dalla legge 133, devastano l'intero assetto dell'istruzione. Il sistema universitario che uscirà fuori dai provvedimenti previsti sarà classista. Università d'elite per chi potrà permettersi l'esplosione delle tasse universitarie e Università sottofinanziate nelle aree del Paese economicamente più deboli».

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