PESCARA. Ventiquattr'ore dopo l'assemblea regionale del Pd l'accordo elettorale con l'Italia dei Valori resta, ma resta anche il problema che lo impediva. Il Pd accetta dunque la candidatura di Carlo Costantini, ma alla discussione delle liste si presenterà con i nomi scelti dagli elettori delle primarie. Ci sarà di conseguenza anche la candidatura dell'assessore regionale Donato Di Matteo. In quella sede si vedrà se l'alleanza regge. Per il Pd è una scelta obbligata dal meccanismo delle primarie e dalla forza elettorale di Di Matteo.
L'assessore regionale e medico, che Antonio Di Pietro, Rifondazione e Sinistra Democratica vogliono fuori perché indagato nell'inchiesta sull'acqua inquinata di Bussi, riunirà oggi alle 18 nella sede pescarese del partito in via Lungaterno i suoi sostenitori, quelli che alle primarie del 19 ottobre gli hanno portato oltre 4.700 voti, il risultato più alto tra i cinquanta e passa candidati in lizza. Di Matteo ha invitato alla riunione anche il segretario regionale Luciano D'Alfonso e il coordinatore provinciale Antonio Castricone.
In quella sede Di Matteo ribadirà quello che ha detto durante l'assemblea regionale dell'Aquila: «Se volete cancellarmi dalle liste dovete cacciarmi».
Mica facile. Di Matteo è un pezzo da novanta del Partito democratico. Nella Val Pescara è il politico più seguito e amato. Dalla sua ha tutti i sindaci di centrosinistra della valle: Popoli, Bussi, Rosciano, Alanno. «I suoi punti di forza sono tre», spiega un dirigente del Pd, «il malcontento dei cittadini nei confronti dei vecchi gruppi dirigenti, l'innegabile capacità di fare clientela (le file dietro la sua porta sono lunghe quante quelle di D'Alfonso), infine la lega territoriale: lì si vota Di Matteo perché Di Matteo unisce la vallata. È quello che succedeva con Antonio Saia, il deputato di San Valentino». Questa popolarità ha valso a Di Matteo 14 mila voti alle ultime regionali. Il Sole 24 Ore qualche tempo fa gli attribuiva un bacino potenziale di 16 mila voti nella sola provincia di Pescara, dove per esempio Rifondazione nelle politiche di aprile ha ottenuto poco meno di 7mila voti. Tolto lui, a Pescara il Pd affonderebbe drammaticamente. È per questo che il partito, a partire dal segretario regionale D'Alfonso, lo vuole dentro. Perché, è questo il timore nel Pd, senza Di Matteo (o peggio, con Di Matteo contro) c'è il rischio che i democratici di Veltroni diventino il terzo partito della Regione, dietro a Pdl e Italia dei Valori.
Per tutti questi motivi ieri il commento di Costantini sull'accordo col Pd è stato molto cauto: «Non ci sono tavoli aperti, aspettiamo l'adesione piena del Pd al nostro progetto. Ho preso atto che l'intesa era sancita dopo aver letto, ieri pomeriggio, le dichiarazioni del segretario regionale del Pd, D'Alfonso, che testualmente ha spiegato che nessun indagato sarebbe stato candidato».
Un avvertimento arriva da Rifondazione: «Apprezzo positivamente il fatto che il Pd abruzzese dica sì alla candidatura dell'esponente dell'Idv Carlo Costantini», dice il segretario nazionale del Prc Paolo Ferrero. «Sgombrato il campo dal problema del nome del candidato presidente, è però necessaria - da parte del Pd locale e nazionale - una chiara e netta operazione di igiene politica. Quella sui nomi di eventuali candidati indagati, nella composizione delle liste».
Intanto ieri è arriva una nuova conferma che l'Udc correrà da solo in Abruzzo, nonostante il pressing del Pd riferito dai boatos in Parlamento: a confermare la candidatura di Rodolfo de Laurentiis è il segretario dello Scudocrociato Lorenzo Cesa, interpellato dai cronisti in Transatlantico: «Lo abbiamo detto con chiarezza», ha ricordato Cesa, «che corriamo da soli per aggregare al centro, in uno sforzo di andare anche oltre l'Udc, e questo lo vedrete nelle liste».