PESCARA - «Cacciatemi»: se avete coraggio, se avete la faccia, dice Donato Di Matteo il più votato alle primarie con 4.700 preferenze, cacciatemi se volete calpestare le regole. Farsi beffe degli elettori e dell'assemblea del Pd che ha approvato le liste lunedì scorso alle ventuno: si tratta di questo, un panno sporco da lavare in fretta e di nascosto, perchè il tempo stringe e l'argomento scotta. Una storia di imbarazzi e sottintesi: Di Matteo indagato ma non solo lui, eppure forse pagherà lui, soltanto lui. Il simbolo, la cauzione da pagare. Italia dei Valori e Rifondazione si accontentano, e non fa niente se le liste restano un po' grigie, «è un grigio diverso», indagati anche gli altri ma di meno.
Una brutta giornata, bruttissima per il dottore di Roccamorice che oggi alle 18 riunirà i suoi sostenitori ai quali comunicherà il "no pasaran": lui non si tira indietro, «qualcuno mi deve cacciare». Qualcuno, cioè il segretario del Pd Luciano D'Alfonso. Il pasticciaccio brutto si consuma nell'assemblea di lunedì, quando i delegati dicono sì a Costantini, approvano le liste uscite dalle primarie ma danno mandato a D'Alfonso di «integrare» le liste. Integrare, che «non significa cancellare, io sono candidato a tutti gli effetti, anche perchè nessuno mi ha detto niente». E' pronto a chiedere il conto Donato Di Matteo, le motivazioni dell'espulsione prima di tutto, qualcuno gli dovrà spiegare perchè lui fuori e gli altri indagati dentro: «Qual è il criterio, potevano chiedere il certificato dei carichi pendenti, chi decide che io sono indagato più degli altri». E poi tornerà a fare il medico. Non ce l'ha con Costantini, l'ha pure votato, neanche con Di Pietro, «fanno il loro mestiere, io me la prendo con chi ha trattato», chi ha venduto la sua candidatura, tanto per capirsi. «E con chi ha fomentato questo clima contro di me, chi dagli altri partiti ha fatto i diktat e messo i veti, ai professionisti della politica, quelli che stanno lì da 30 anni, che battuti in un partito ne fondano un altro, quelli che hanno già fatto due o tre legislature e adesso li rivedremo come capilista, le solite facce». Allusioni neppure velate, ma come, «io ho fatto l'usciere per vent'anni a Melilla ed ero bravo, ma quando mi sono candidato e sono diventato il primo degli eletti, guarda caso sono diventato cattivo». C'è un'inchiesta, un avviso di garanzia per i pozzi avvelenati di Bussi: «Ma io sono indagato per un fatto tecnico, i pozzi li ha avvelenati la Montedison mica Donato Di Matteo». Nessun premio di consolazione, non li vuole non li accetta, «non ho bisogno di contentini io, ho la mia dignità». Ieri ha incontrato Luciano D'Alfonso, al quale ha comunicato la sua intenzione di restare bene in sella. «Penso ancora al paradosso di qualche mese fa quando mi chiesero, Rifondazione in primis, di garantire che mi sarei dimesso in caso di rinvio a giudizio. Firmai davanti a Del Turco», Del Turco capite?
Si accontentano della mia testa, dice Di Matteo: «Io non credo che la gente voglia questo, anche D'Alfonso era indagato quando ha vinto per la seconda volta al Comune di Pescara. Penso che la gente si aspetti ben altro. Per esempio? Ricordiamoci le battaglie di Del Turco per i costi della politica e i tagli ai consigli di amministrazione: finora non ho visto un manifesto. E penso anche che quando la gente vedrà le liste con le solite facce, quelle che stanno lì da 30 anni, non sarà molto contenta». Il partito non l'ha difeso: «No, io al posto di Luciano D'Alfonso non sarei andato mai contro le regole del mio partito. Mai. Avrebbero fatto meglio a dirmi che sopra i 120 chili non ci si può candidare, l'avrei capito. Così proprio no».