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Pescara, 17/06/2026
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Data: 30/10/2008
Testata giornalistica: Il Messaggero
SPECIALE ELEZIONI - Di Matteo escluso, alleanza salva. D'Alfonso annuncia: non sarà in lista. Lui urla: «E' una vendetta»

PESCARA - Lui lo sa che è un addio, sa che la battaglia è finita anche quando dice «non mi ritirerò mai» e la gente applaude applaude perchè è tutta con lui, mica solo i dimatteiani. Sono venuti in tanti perchè quando c'è di mezzo un'ingiustizia si mobilitano, vengono giù dall'Aquila da Scafa da Roccamorice da Teramo, con le trombe come allo stadio e lui si commuove, esce con le lacrime agli occhi Donato Di Matteo, lui così grosso così odiato piange come un bambino. Forse avrei capito, dice, se avessero cacciato tutti. Tutti gli indagati e non solo lui. «Così no, non capirò mai». E' piena zeppa la sala riunioni del Pd in via Lungaterno, ci sono gli altoparlanti fuori per quelli che non trovano posto, i cartelli che insultano "il Pd della vergogna", "il Pd che si cala le brache davanti a Di Pietro", e dentro gli uomini che sono diventati forti con lui, Donato Renzetti, Roberto Marzetti. Quando Donato Di Matteo il più votato alle primarie inizia a parlare, l'Italia dei Valori scrive il suo ultimatum al Pd: c'è tempo fino alle 8 di questa mattina, «poi volteremo pagina». Quando prende il microfono, Luciano D'Alfonso ha già deciso di cancellarlo dalle liste, lui solo e non gli altri indagati.
Comincia di mattina presto l'ultima giornata di Donato Di Matteo da candidato nelle liste regionali: va a Roma a metà mattina, alle 15 lo aspetta Walter Veltroni. Alla riunione partecipano in tanti, Lolli e Legnini, Marini e Fioroni, D'Alfonso e Veltroni. No grazie, dice lui. «Non mi tiro indietro». I vertici del partito fanno un ultimo disperato tentativo, o fanno finta, per convincere Di Pietro a lasciare in lista Di Matteo, ma trovano le porte chiuse. Così alla vigilia dell'assemblea in via Lungaterno, arriva secco il comunicato di Italia dei Valori, è un vero e proprio ultimatum. L'accordo col Pd rischia di saltare: «Il Pd - afferma l'IdV - ha dichiarato l'adesione alla candidatura di Costantini e l'esclusione di indagati dalle liste. Sappiamo che un avviso di garanzia è un atto ben diverso da una condanna. Sappiamo anche, però, che in Abruzzo, dopo il 14 luglio, era e resta necessaria un'azione politica di trasparenza. Per questo abbiamo chiesto di non candidare persone coinvolte in inchieste giudiziarie. In questo contesto non possiamo che aspettarci la conferma formale dal Pd dell'impegno assunto. Domani (oggi per chi legge) alle otto volteremo pagina». Bisognerà aspettare le nove di sera per la decisione ufficiale del Pd, che arriva con la dichiarazione ufficiale di Luciano D'Alfonso: «E' nostra intenzione ragionare perché la coalizione possa andare avanti e rappresentare un'alternativa vera al centrodestra per il rinnovo del Consiglio Regionale. Abbiamo già assunto come Pd l'impegno di sostenere lealmente Carlo Costantini e di non avere nelle nostre liste candidati, che possano costituire un problema politico per la coalizione. Abbiamo preso atto con sofferenza dell'ostacolo politico posto da larga parte della coalizione verso la candidatura di Donato Di Matteo e non su altre; attorno al contributo di una figura di esperienza quale quella di Di Matteo abbiamo sviluppato un ragionamento positivo con il candidato presidente in merito alla sua valorizzazione come risorsa a disposizione dell'intera alleanza, una volta chiarite le sue vicende personali, ribadendo il nostro impegno a non avere candidature problematiche per l'alleanza».
Di Matteo è fuori, gli altri indagati dentro. L'impegno preso con Costantini è quello di recuperare Di Matteo nel caso in cui ottenga il proscioglimento. Forse come assessore esterno, o come presidente della Provincia. Ma a lui non interessa, «niente contentini». E' una battaglia di dignità la sua, e ha deciso di stanare una volta per tutte i suoi nemici: «E' una vendetta personale contro di me», dice alla sua gente. C'è Pina Fasciani, «non trovo giusto che una coalizione si costruisca sul sacrificio di qualcuno», c'è Lorenzo Cesarone che come sindacato dei consumatori intende chiedere al Pd il rimborso dell'euro versato alle primarie. E quando Di Matteo racconta la sua vita, la sua scalata politica, le umiliazioni e le battaglie, lo applaudono in tanti. Punta il dito contro il suo nemico, quello «che ha chiesto la mia testa», e un altro ancora, «che è responsabile dell'arrivo di Del Turco alla Regione». Quelli, dice, che andavano a Collelongo a chiedere i favori, «Del Turco è un loro prodotto». Se lo ricorda ancora davanti al cinema Massimo con lo striscione "no a D'Alfonso candidato alla Regione". Ecco, adesso la sua gente lo sa, sa chi è stato a impallinarlo. Dice un'ultima cosa, già col groppo in gola: «Non può essere una giuria di politici a condannare me». Non può essere, ma è successo.



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