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Data: 30/10/2008
Testata giornalistica: Il Centro
SPECIALE ELEZIONI - Scontro del Pd, Di Matteo fuori dalle liste. La decisione dopo l'incontro tra l'assessore e Veltroni. L'ultimatum di Di Pietro

Assemblea con i sostenitori: «Non accetterò mai un contentino qualcuno vuole la mia testa»

PESCARA. Donato Di Matteo non sarà nelle liste del Partito democratico. La decisione è stata presa dal segretario regionale Luciano D'Alfonso al termine di una giornata convulsa iniziata con un incontro a Roma tra Di Matteo e Walter Veltroni. Un colloquio senza esito, al termine del quale l'assessore ha ribadito la decisione di non rinunciare alla candidatura guadagnata con i 4.700 voti delle primarie, mettendo di fatto a rischio l'accordo elettorale con Di Pietro.
Il leader dell'Italia dei Valori aveva risposto con un ultimatum al Pd, con tanto di scadenza (le 8 di questa mattina). «Via gli indagati dalle liste della coalizione, altrimenti volteremo pagina».
La risposta del segretario regionale del Pd Luciano D'Alfonso è stata immediata e conciliante. D'Alfonso ha ribadito l'impegno del Pd a «non avere candidature problematiche per l'alleanza», e ha assicurato che Di Matteo sarà utilizzato come «risorsa a disposizione dell'intera alleanza, una volta chiarite le sue vicende personali». Un modo felpato per annunciare la cancellazione del nome di Di Matteo dalle liste.
«Sulla scorta di questa decisione», ha aggiunto D'Alfonso, «proponiamo alla coalizione sin da ora l'impegno di tutti i candidati a dimettersi dalla carica nel caso in futuro dovessero subire condanne».
Di Matteo sarà d'accordo a retrocedere da candidato a «risorsa del partito»? È facile dubitarlo. Nei giorni scorsi sono girate voci insistenti sulla proposta di una sua candidatura alla presidenza alla provincia di Pescara, oppure alle Europee, o ancora a un posto di assessore esterno alla Regione. Ma ieri sera nell'assemblea che l'assessore regionale ha convocato nella sede del Partito a Pescara per informare i suoi sostenitori sulla vertenza in corso, si sono ascoltate parole diverse: «Non ho bisogno di un contentino», aveva detto Di Matteo, «se mi dicono vai a fare l'assessore a Pescara, vuol dire che non si è capito nulla e che questo partito non si vuole rinnovare».
D'Alfonso non era presente alla riunione, anche se invitato, ma aveva già deciso la linea da tenere. E il messaggio conciliante inviato all'Italia dei Valori, mentre nella piazza davanti a palazzo di città Di Matteo e i suoi aspettavano di parlargli, vuol dire una cosa sola: l'accordo con Di Pietro è più importante delle ragioni di Di Matteo. Impossibile pensare a una soluzione diversa. Veltroni e con lui Franco Marini e Beppe Fioroni, presenti la mattina all'incontro romano con l'assessore, non potevano mandare in aria l'accordo con Di Pietro per cavalcare la rivolta di un dirigente locale, certamente seguito, sicuramente forte elettoralmente, ma assolutamente marginale rispetto alla posta in campo. Che non è solo abruzzese. Quindicimila elettori resteranno delusi? Pazienza. Ci sono i due milioni del Circo Massimo che chiedono al partito di tornare a governare. E senza Di Pietro il Pd non potrà mai farcela.
Cosa farà Di Matteo? Ai suoi, arrivati numerosi ad affollare il salone di via Lungaterno da Lettomanoppello, Popoli, Scafa, Roccamorice, Corvara, Abbateggio, Caramanico, Tocco casauria, Torre dei Passeri e altri comuni della Val Pescara, l'assessore ha detto che non farà passi indietro e che piuttosto preferisce essere cacciato dal partito. «Donato la battaglia comincia adesso!», «Dona', mi sembri, il Papa», «Donato fatti forte, tu sei un uomo forte». E Di Matteo, con l'occhio lucido: «Voi siete la risposta storica alla mia vita».
«Siamo qui per sostenere la democrazia», dice Osvaldo Trovarelli, sindaco di Lettomanoppello. «Il pd deve recuperare la dignità», gli fa eco Antonello Linari, vicepresidente della Provincia e sindaco di Torre dei Passeri. «Di Pietro prima ha detto che non voleva i condannati, poi che non voleva gli inquisiti e dopo che non voleva gli indagati. Ma si puo?».
Lorenzo Cesarone, consigliere provinciale Pd e responsabile di Abruzzo Consumatori promette: «Se Di Matteo non sarà candidato avvieremo un'azione collettiva per ottenere il rimborso dell'euro pagato per votare alle primarie».
In sala ci sono anche il direttore generale della Asl dell'Aquila Roberto Marzetti, il presidente dell'Arpa Nicola Basilavecchia, il presidente della Comunità montana Maiella-Gran Sasso Gianfranco Tinti, l'ex deputata Pina Fasciani, il presidente della Gtm Donato Renzetti.
Di Matteo racconta i suoi 35 anni di vita politica, a cominciare dall'educazione ricevuta bambino dal padre («quando ci faceva ascoltare bandiera rossa, e io alzavo il cazzotto e cantavo»), poi la prima militanza («per anni ho aperto la porta della sezione ai grandi esponenti del nostro partito»), poi le prime campagne elettorali, i primi comizi e l'impegno nell'amministrazione da sindaco, da presidente di Comunità montana, da presidente dell'Aca, quella che gli è costato l'avviso di garanzia che ora gli blocca la candidatura: «Si tratta di un avviso tecnico», spiega Di Matteo, «ora si dice in giro che ho inquinato l'acqua. Ma l'inquinamento l'ha provocato la Montedison e io mi sento parte lesa, altro che indagato».
In realtà, dice Di Matteo «sono colpevole di fare una grande battaglia per il rinnovamento. Si vuole colpire la mia linea di trasparenza e di dignità. La mia testa, doveva essere venduta a qualcuno. Ora io non ce l'ho con Di Pietro e Costantini e neanche con i magistrati che in questa Regione fanno un lavoro serio. Ma non accetto di essere condannato da una giuria di politici». Questa mattina i suoi sostenitori manifesteranno davanti al municipio di Pescara.

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