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Pescara, 30/04/2026
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Data: 31/10/2008
Testata giornalistica: Il Messaggero
SPECIALE ELEZIONI - Sfuma nella notte la candidatura di Di Matteo jr. Il Partito democratico nel caos a ventiquattr'ore dalla scadenza. I sindaci della Valpescara manifestano per il medico-assessore

Verso le elezioni. Il rebus delle liste: la segreteria provinciale di Pescara cancella le primarie. Verso un compromesso

PESCARA - In fondo è il nome che conta. Uno sberleffo, per quelli che credevano di esserselo tolto di torno, lui con tutti i suoi cinquemila voti. Di Matteo torna in lista, non lui ma il figlio. Cancellato Donato, entra Luca quello che scrisse a Di Pietro, per favore salva papà. Ventun'anni e cinquemila voti, che gli garantirà il genitore illustre. Un'ipotesi che è rimasta sul tappeto fino a ieri sera tardi ma che si è scontrata con le perplessità di buona parte del Pd e della stessa Italia dei Valori. E che sfuma soltanto alla fine, di fronte all'impuntatura di alcuni autorevoli esponenti del Pd. Nel frattempo la segreteria provinciale del Pd azzera le liste delle primarie. Nella notte il nome di Di Matteo viene sostituito con alcuni esponenti della sua corrente rappresentativi del territorio.
La premiata ditta Pd la butta lì senza neppure crederci troppo ieri mattina a Pescara, mentre sotto le scale del Comune manifesta un gruppo di sostenitori imbufaliti che chiede la testa di Luciano D'Alfonso e dell'intera delegazione trattante, cioè Giovanni Legnini e Giovanni Lolli. Quelli che hanno tagliato la testa di Di Matteo, l'indagato illustre, ma hanno lasciato in lista tutti gli altri. «Vi siete calati le brache davanti a Di Pietro», urlano i sindaci della Valpescara.
Il copyright della soluzione, nepotistica che più non si può, è di D'Alfonso, naturalmente. Che pensando ai ristoranti, quando li vendi basta mantenere il marchio non il cuoco, tocca le corde giuste. Cuore di papà. E' ancora un'ipotesi buttata lì tanto per vedere l'effetto che fa ieri mattina a mezzogiorno: il segretario del Pd si imbatte sul terrazzo del Comune nell'indagato eccellente ormai trasformato in martire dalla delegazione trattante. Che ne diresti di candidare Luca? Luca chi. Luca tuo figlio. Ma sei matto. No, D'Alfonso non è matto e nel pomeriggio, mentre l'assemblea provinciale mette all'ordine del giorno la mozione di sfiducia che lo riguarda, lui cerca fino alla fine di trovare una mediazione che stia bene a tutti. Per un momento torna in pista persino Enrico Paolini ma è una soluzione che non soddisfa, non si può candidare al posto del più votato uno che non ha un portafoglio decente di voti. E poi a Di Matteo non sta bene. Più tardi la candidatura di Luca, che è pur sempre un Di Matteo ma senza la macchia dell'avviso di garanzia, viene sottoposta al candidato presidente Carlo Costantini. Insieme a un paio di altre ipotesi. La soluzione all'amatriciana ideata dalla delegazione trattante consentirebbe al Pd di non perdere per strada i cinquemila voti di Di Matteo. Una minaccia reale, lanciata lì dal medico-assessore durante il discorso di addio nell'assemblea di mercoledì: «So che vi tolgo la passione, e che molti di voi non vorranno andare a votare. Ma io vi dico che dovrete andarci lo stesso, anche se io non sarò candidato». Ma il pubblico non lo seguirà, «questa volta non ti ascolteremo» gli dice.
Fino alla fine la segreteria regionale tenta di trovare una soluzione diversa, per non perdere del tutto la faccia mentre Di Matteo comincia ad ammorbidirsi. Il primo a crederci è proprio Luca, il figlio: «C'è allo studio una soluzione che risolverà tutti i problemi di questi giorni», dice al telefono. Che problema è, così fan (quasi tutti): i Bush da George a George, e molti monarchi. In tarda serata però la composizione si trova altrove. La segreteria provinciale del Pd approva un documento che azzera le liste scaturite dalle primarie. E Luciano D'Alfonso è sicuro di recuperare Di Matteo anche senza candidare il figlio: «La soluzione è politica, verrà da una lista che assicurerà eguale rappresentanza a tutti i territori».

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