L'ufficio elettorale contesta con riserva anche i listini di Lega Nord e Bene comune
L'AQUILA. Un clamoroso scivolone che sta tenendo con il fiato sospeso il centrodestra abruzzese che rischia di restare fuori dalla competizione elettorale. La «non ammissione con riserva» della lista regionale (il listino) del candidato presidente Gianni Chiodi, disposta dall'Ufficio elettorale centrale presso la Corte d'Appello dell'Aquila, si è abbattuta come un fulmine a ciel sereno sul Pdl e sulle liste collegate.
Esclusi, sempre con riserva, anche i listini di "Alleanza federalista Lega Nord", con candidato governatore Leopoldo Rossini, e di "Per il bene comune" con a capo Angelo Di Prospero. E temporaneamente fuori pure le liste provinciali, quattro con Chiodi (Liberalsocialisti, Mpa, Pdl, Rialzati Abruzzo) e l'altra di Alleanza federalista. Tutto in attesa delle decisioni che l'Ufficio elettorale centrale presso la Corte d'Appello prenderà oggi, dopo aver avuto i chiarimenti ed esaminato le integrazioni richieste ieri ai rappresentanti delle liste "contestate". Una giornata che, vista la posta in gioco, si annuncia carica di tensione. Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori, ha già fatto sapere che sarà all'Aquila e che aspetterà il "verdetto" in tribunale. Un'attesa che in molti vivranno davanti agli uffici della Corte d'Appello dove già da ieri pomeriggio è iniziato il via vai di chi è chiamato a dimostrare di avere le carte in regola e di chi invece teme il pericolo di «interferenze».
Ma per spiegare cosa è accaduto occorre fare un passo indietro e tornare a ieri mattina, quando ancora nessuno nel centrodestra - nonostante la presentazione delle liste fosse stata accompagnata da richieste di intervento dei carabinieri e annunci di denunce - immaginava ciò che di lì a poco sarebbe accaduto. In tribunale solo il senatore dell'Idv, Alfonso Mascitelli (lì dalle 8), raggiunto poi da Michele Fina, segretario del Pd. Politici del centrodestra non se ne sono visti fino a quando non sono cominciate a circolare le prime voci di esclusione.
Alle 14.30 è stato il magistrato Augusto Pace (con lui i colleghi Giuseppe Romano Gargarella e Alfonso Grimaldi) ad annunciare «la non ammissione con riserva» di tre liste: la numero 4 (Per il bene comune), la 6 (Pdl) e la 7 (Alleanza federalista). Errori formali e sostanziali, alcuni forse sanabili altri meno. Una sorta di sospensione per le tre liste (regolari, invece, tutte le altre) chiamate, sempre che sia possibile, a correre ai ripari. Una decisione che non ha stupito Mascitelli, «troppo il caos visto», secondo cui «in casa Pdl si è consumata una vendetta che dimostra il livello di conflittualità che regna in quel partito».
In quanto al Pdl, ieri sera il senatore Fabrizio Di Stefano ha confermato che l'esclusione con riserva del loro listino è dovuto all'annullamento di 267 firme. Tante da far scendere a quota 1.680, contro le 1.750 necessarie, il numero delle firme a sostegno della lista. «La maggior parte di queste firme (190) è stata annullata» ha detto «perché non sarebbe visibile il timbro dell'ente di appartenenza dell'autenticatore. Un altro errore riguarderebbe la mancanza della qualifica di chi ha autenticato le firme, mentre sarebbero una cinquantina quelle nelle quali l'errore è nei certificati di iscrizione alle liste elettorali (Celano e Teramo) che non presentano il timbro dell'ente. «Un episodio risolvibile ma deprecabile» per Di Stefano.
Intanto Forza Nuova, che non è riuscita a presentare la lista perché arrivata in ritardo, ha annunciato un ricorso. E finirà in procura l'esposto di Stefano Vittorini (Rialzati Abruzzo) relativo alla data dell'autentica della firma di Antonio Verini in lista con lui.