PESCARA E' stato un ingresso a sorpresa: un occhio di bue puntato sul fondo della sala, la discesa tra la gente, il rituale degli abbracci, delle strette di mano, i cori che inneggiano al suo nome, e come sottofondo musicale le note di "Settembre" di Alberto Fortis che canta "sono pronto, tocca a me". Una kermesse studiata nei particolari quella del candidato del centrodestra alla presidenza della Regione Gianni Chiodi, che ieri al Circus di Pescara ha aperto la sua campagna elettorale circondato dalle donne e dagli uomini del Pdl e delle liste alleate.
Chiodi aveva usato quella canzone per conquistare il comune di Teramo nel 2004. Ma ora «l'emozione è tanta» ammette salendo sul palco dove lo attendono sorridenti e ordinati, su due ali di gradinate, i candidati delle sue liste: Popolo della Libertà, Rialzati Abruzzo, Liberal Socialisti e Movimento per l'autonomia. Alle loro spalle uno schermo gigante raddoppia l'immagine. «E' per me un privilegio essere il candidato di tutti gli abruzzesi», esordisce, «e per l'opportunità che mi è stata data ringrazio il presidente Berlusconi e i tanti amici», aggiunge guardando le prime file della platea dove siedono i parlamentari del Pdl: Paola Pelino, Giampietro Catone, Giovanni Dell'Elce, Filippo Piccone, Paolo Tancredi, Sabatino Aracu, Daniele Toto, Maurizio Scelli, Fabrizio Di Stefano, Andrea Pastore.
Poi il pensiero va agli affetti familiari, alla moglie, alle tre figlie, al padre, confusi nella folla che gremisce il teatro. E' a questo punto che il discorso del candidato presidente si accende con i temi caldi della campagna elettorale: le sfide che attendono l'Abruzzo, il senso di responsabilità delle classi dirigenti, la sanità, il welfare. «Dovremo darci delle priorità e prendere decisioni difficili», scandisce Chiodi, «e poi bisognerà costruire un sistema sanitario di qualità, assicurare trasparenza ai processi amministrativi, attuare una reale sussidiarietà». Chiodi non nasconde di aver ricevuto suggerimenti e sollecitazioni dal premier Berlusconi: «Mi ha detto di adoperarmi affinché l'Abruzzo diventi il laboratorio del PdL». E giù applausi. Poi coglie l'occasione per scrollarsi di dosso l'accusa di essere stato scelto "dall'alto" e quindi di avere "le mani legate": «A tenermi legato sono solo i bisogni degli abruzzesi». Non mancano i riferimenti all'avversario Carlo Costantini, candidato presidente del centrosinistra («Avrebbe dovuto avere il coraggio di andare da solo»), e quelli a Di Pietro («Il suo partito è un refugium peccatorum»). Dopo un'ora di attesa e un'ora di intervento, Chiodi si appresta a concludere, ma non prima di aver puntato il dito contro quello che definisce un atto «vergognoso». Il riferimento è alla grande infornata di precari della giunta, della Asl, delle società regionali, dei portaborse (1050 in tutto), assunti con chiamata diretta, come ultimo atto della legislatura abruzzese. «Quella che si è consumata venerdì scorso in Consiglio regionale è un'operazione di una gravità inaudita, illegittima sia sotto il profilo normativo che etico: i portaborse portati in Regione senza selezione da oggi diventano dipendenti, alla faccia di tutti quei giovani che non riescono a trovare lavoro».