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Data: 13/11/2008
Testata giornalistica: Il Messaggero
La rottura sindacale mette in crisi il Pd. Bersani: è il risultato della strategia del governo. Ma Sacconi nega: non siamo più all'art.18

ROMA - «La divisione sindacale è per il Pd una condizione triste e difficile». Achille Passoni, ex segretario confederale della Cgil e braccio destro di Cofferati, oggi è senatore del Partito democratico. Lui alla manifestazione del 12 dicembre non mancherà: «Condivido la critica alla politica economica del governo». Quel giorno, però, in piazza Walter Veltroni non potrà esserci. «Il Pd non è un partito storico della sinistra come erano il Pds o i Ds. È impensabile un collateralismo con la Cgil, mentre è necessario mantenere rapporti solidi anche con Cisl e Uil»: così diceva Enrico Letta nei giorni convulsi della trattativa con Cai, quando Bonanni e Angeletti continuavano a chiamarlo al telefono per sapere fino a che punto Veltroni ed Epifani avrebbero giocato di sponda. E, di certo, Letta non ha motivo oggi per cambiare opinione.
Con lui c'è una fetta di Pd (i popolari e l'ex Margherita) che, non solo non intende allentare i legami con Cisl e Uil, ma che ha da quelle parte le proprie radici. Sergio D'Antoni della Cisl è stato a lungo il numero uno: «Nessuno, tanto meno nel Pd, può pensare che la Cisl sia diventata un sindacato governativo». Resta il fatto, sottolinea Pierluigi Bersani, che «il governo persegue una linea di divisione sindacale. Separare Cisl-Uil dalla Cgil sembra per Berlusconi un obiettivo programmatico. Ma questo è un danno al Paese prima che un danno al Pd». Tra i bersagli polemici di Bersani anche l'incontro dell'altra sera a Palazzo Grazioli con Bonanni, Angeletti e il ministro Sacconi. In quella sede i segretari di Cisl e Uil hanno chiesto garanzie sul prolungamento nel 2009 della detassazione dei salari di produttività. È una delle chiavi di volta della riforma del modello contrattuale, tema cruciale dello scontro con la Cgil. Sacconi però continua a ripetere che, a differenza della legislatura del 2001 quando lo scontro governo-sindacati si imperneò sulla modifica dell'art. 18, stavolta «non è vero che il governo programmaticamente punti alla rottura sindacale». La riforma del modello contrattutale, in fondo, ha bisogno della Cgil. Un accordo separato in questo caso rischia l'inefficacia.
Lo sciopero generale, comunque, non è stato indetto sul modello contrattuale ma sulla politica del governo. E con la scelta del 12 dicembre la Cgil si è sovrapposta e ha assorbito lo sciopero già indetto dalla Fiom. A Palazzo Chigi puntano il dito: «Epifani si sta schiacciando sulla linea della Fiom di Rinaldini». Se la vicenda Alitalia aveva dimostrato una sintonia con Veltroni (anche nel momento della rottura il segretario del Pd aveva coperto Epifani), ora la Cgil scarta a sinistra. «Il Pd è per l'unità sindacale» ripete Dario Franceschini. «Nella nostra autonomia - incalza Passoni - dobbiamo farci portatori di una politica che favorisca questa unità». Comunque, è la filosofia di Bersani, «ora dobbiamo abituarci a fare il nostro mestiere. Il sindacato fa il sindacato, noi dobbiamo parlare con tutti, anche con le imprese, e proporre una nostra sintesi politica». È il momento di vivere la reciproca «autonomia». Fin qui non si era andati oltre i dissensi nei convegni o, al limite, nei congressi. Al momento dello sciopero della Cgil la sinistra si ritrovava sempre come un unico corpo sociale. Può darsi che il 12 dicembre la divisione attraversi il corpo del Pd. Il nuovo partito sembra nato con l'allergia alla rottura sindacale. Ma ora la traversata all'opposizione impone di supportarne il peso. «Possiamo farlo solo avendo proposte forti» spiega Bersani. Sempre che le vicende sociali non allontanino ancor più Epifani dal tandem Bonanni-Angeletti. Perché, certo, oggi le relazioni sono ai minimi storici.



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