ROMA Ma il vertice segreto di palazzo Chigi c'è stato o no? «Vertice, ma quale vertice? Ma di che cosa stiamo parlando?», risponde secco il leader della Cisl, Raffaele Bonanni. Che aggiunge: «Non vedo dove sta il problema? Noi le trattative le facciamo alla luce del sole. Comunque non c'è stata trattativa».
Quindi niente di trasgressivo o, come dice Epifani, da basso impero?
«Epifani farebbe bene a non agitarsi tanto. A non dare giudizi sugli altri. La reazione della Cgil è tutta una messa in scena per giustificare l'errore di aver proclamato lo sciopero generale. Non vogliono accordarsi sui contratti, non sul commercio, non sul pubblico impiego, non sull'università e ricerca. Hanno dimostrato più volte di non voler dialogare con motivazioni più politiche che sindacali con il governo. A meno che Epifani non voglia annunciare una virata formidabile. Allo stato su questa possibile virata non c'è stato il minimo segnale».
Ok, ma al vertice lei era presente?
«Le ripeto, la parola vertice mi fa veramente ridere. Guardi, l'ho già detto. La settimana prima mi sono incontrato insieme ad Angeletti con Tremonti. E' stato un incontro utile ma non ufficiale. Epifani parla di cene a lume di candela e altro...perchè deve sempre condire la scena in modo da farla sembrare trasgressiva. La vera trasgressività sta nella sua mancata attitudine a rapportarsi con gli altri».
E perchè avrebbe questo atteggiamento?
«Deve coprire i suoi errori».
Secondo lei, adesso la Cgil è isolata?
«Questo lo giudicano i lavoratori italiani. Non sta a me dirlo. Posso dire che alle Poste la Cisl nelle Rsu ha preso ieri il 54% dei consensi e la Cgil il 24. Si commenta da solo».
C'è un tentativo della Confindustria e del governo di isolare la Cgil?
«No, questo è un altro giochino visto più volte. La verità è che la Cgil ciclicamente si impenna e non firma accordi. Epifani è come colui che va contromano in autostrada e dice che ad andare nel senso di marcia sbagliato sono gli altri. La Cgil si autoisola perchè è indisponibile a comporsi con gli altri sindacati».
E' un atteggiamento sindacale o politico?
«Non c'è attitudine culturale a stare in un consesso corale nè a prendersi responsabilità, ma l'abitudine a chiedere ad altri di fare qualcosa per se stessi. Salvo poi prendere iniziative unilaterali come hanno fatto da tre mesi a questa parte».
Lei parla di atteggiamento culturale, ma la cultura non si cambia in tre mesi.
«Dove non arriva la cultura dovrebbe arrivare la ragionevolezza. Non lo hanno fatto nel pubblico impiego, nel commercio, nell'università. Questi sono fatti oggettivi».
A questo punto l'unità sindacale è in cocci.
«Ci sono stati tanti di quegli alti e bassi tra di noi che non mi azzardo a dare giudizi. Sono convinto che sia necessario stare insieme, riconoscersi e fare sintesi nel pluralismo sindacale. Aspetto che passi questa fase, spero che non produca danni e spero che ci sia un ripensamento. Io farò del tutto per andare verso la Cgil e vorrei che la Cgil facesse altrettanto nei nostri confronti».
Ora un accordo separato sulla riforma dei contratti è più vicino?
«Tutti i settori sono pronti a meno che la Cgil non ci dica che c'è una novità che si deve ridiscutere. Certo sarebbe triste dover assistere al dissolvimento di un lavoro fatto negli ultimi due anni e mezzo. Comunque è la Cgil, a questo punto, che ci deve dire se è disposta a non firmare un accordo che tutti gli altri vogliono».