TERAMO. Uno show. Fatto di continue battute e trovate, condito da storielle e barzellette (anche non di prima mano), che salta dall'ironia all'autocelebrazione. Uno show, quello di Silvio Berlusconi a Teramo, fatto per ipnotizzare e conquistare, non per convincere. Tant'è che, in due ore, Berlusconi e Chiodi non fanno neanche un accenno al programma del Pdl per l'Abruzzo. Ma lo show funziona, e gli applausi di un palasport quasi pieno fioccano.
Volano anche parole come pietre sugli avversari politici. Le più pesanti il presidente del Consiglio non le dice sul palco, ma a una tv locale. E le dice su Antonio Di Pietro, definito «uomo di violenza», uno che «spadroneggia». Di Pietro, via Ansa, reagisce subito a modo suo: «Berlusconi che mi accusa di spadroneggiare è come il bue che dice cornuto all'asino. La violenza sta nella sua politica».
Perché Chiodi. Davanti ai tremila del PalaScapriano Berlusconi si presenta abbracciando Gianni Chiodi e spiega a modo suo perché lo ha scelto. «Intanto perché è bello», dice, «e uno di sinistra aggiungerebbe: perché non è molto più alto di me». Risate, applausi. Motivi veri: «Non è un politico di professione. Ha avuto un'esperienza sia all'opposizione che come sindaco della città, dunque ha la preparazione amministrativa ideale. E poi ha equilibrio».
Prova per il Pdl. «Qui in Abruzzo il voto sarà importante», scandisce il premier, «il Pdl si mette alla prova per la prima volta a livello regionale». Berlusconi sottolinea come la sinistra abruzzese si presenti «frantumata» in sette liste, «garanzia di ingovernabilità se dovesse vincere, ma non vincerà», e annuncia: «Le nostre quattro liste confluiranno nel gruppo del Pdl».
Veleno sull'Udc. Il premier dà una stoccata all'Udc («La gente non vuole più la politica politicante, non possono stare con il centrosinistra a Trento e con noi qui») e invita al «voto utile» gli elettori di centrodestra tentati di votare Udc e La Destra («Sarebbe un voto sprecato»). Immediata, via Ansa, la risposta di Pierferdinando Casini: «Berlusconi invece farebbe bene a spiegare perché il suo governo ha tolto risorse all'Abruzzo per destinarle ad altre aree».
Il capo. Il fatto che il premier si senta «il capo» di Chiodi traspare subito senza falsi pudori, e il candidato deve adeguarsi. È un Chiodi molto diverso da quello conosciuto da sindaco, tanto sommesso quanto proiettato su idee e progetti. Questo è un Chiodi veemente, che punta sull'emotività. «Gratitudine» verso Berlusconi, convinzione che il premier «non mi lascerà solo». E poi: l'Abruzzo è «in ginocchio», ma «piangersi addosso non è da abruzzesi». Agli abruzzesi finora «è mancata una guida sicura, il leader che l'Italia ha trovato in lei». Chiodi si ritiene «chiamato con umiltà a colmare quel vuoto e a creare un laboratorio politico di buon governo. È un sogno? Sì, ma noi vogliamo realizzarlo».
La crisi siamo noi. Quando il premier torna sul palco, liquida i temi regionali rassicurando Chiodi («Il governo ti sarà vicino») e garantendo il raddoppio della ferrovia Roma-Pescara. Poi, si lancia su temi nazionali e internazionali. Elenca le debolezze del sistema Italia, ne approfitta per fare un bilancio delle sue disavventure con la giustizia («Me la sono cavata con 181 milioni di euro in spese legali»), sciorina una serie di interventi realizzati nei primi sei mesi di governo e infine affronta il tema della crisi. «Abbiamo fermato la valanga», dice, «ma non è risolto il clima di sfiducia generale che si è diffuso. E la soluzione dipende da voi. Se consumate meno, le imprese si fermano. La sinistra grida alla catastrofe, spero che queste cose non attecchiscano. Se si continua a dire che tutto va male, tutto andrà male». Qui gli applausi, a dire il vero, si diradano. Lo showman allora chiude all'insegna dell'ottimismo: «Forza Italia non l'ho liquidata, è diventata una casa più grande per tutti i moderati»; «Risolverò la crisi tra Usa e Russia»; «Ho un'ottima squadra di ministri». Barzelletta finale autoironica (vecchia ma efficace), boato e saluti. Oggi è un altro show.