Facciamo un esempio concreto per tentare di fornire un contributo al dibattito sulla gestione pubblica o privata dei vari servizi pubblici, prendendo in esame il trasporto pubblico locale (Tpl). Partiamo dal fatto che dovremmo imparare a ragionare sempre più in un'ottica federale, e perciò sapere che i servizi che vogliamo dovremo pagarceli noi. Ipotizziamo che l'Abruzzo spenda attualmente 100 milioni di euro per realizzare il Tpl; soldi che gli abruzzesi mettono a disposizione dell'assessore ai Trasporti tramite la fiscalità generale. Occorre poi sapere che già dal 1º gennaio 2003 erano previste la gare per appaltare la gestione del Tpl, e quella data è stata sempre rinviata. Ipotizziamo adesso che il Tpl venga effettivamente messo a gara, e qualcuno se lo aggiudichi a 90 milioni di euro (per esempio). Qualcuno cioè organizzerà lo stesso Tpl a prezzi inferiori per la nostra comunità. Naturalmente il gestore privato non è un filantropo; lui dovrà ricavare degli utili dal suo lavoro. Ma questo significa che il vecchio «plusvalore» passerà dalle mani del lavoro alle tasche del capitale? Oppure potrebbe significare altro?
La privatizzazione della gestione dei servizi è stata decisa in ambito europeo per tentare di offrire servizi meno costosi ai cittadini. Ma dentro questi servizi hanno nidificato partiti e sindacati, e non hanno il minimo interesse a mollare la preda (anche questi sono «costi della politica»). Questo controllo politico del servizio pubblico ha determinato un enorme aumento dei costi, perché quella politica che avrebbe dovuto controllare la gestione delle aziende in nome dei cittadini, si è invece appropriata della cosa pubblica pro domo sua. Le clientele nascono lì, ed anche i voti vengono da lì. Come potrebbe la politica amputarsi le gambe sulle quali cammina?
Ma quale soluzione è più onesta: una gestione politica del servizio pubblico che fa crescere il costo del servizio per foraggiare le clientele, oppure una gestione privata che elimini il «costo della politica» per consentire i giusti guadagni all'imprenditore privato? Non è difficile credere che le gare vengano continuamente rinviate non per difendere l'attuale più alta moralità della gestione pubblica, ma perché dentro l'attuale situazione esistono troppi che adesso hanno precisi interessi, mentre nessuno ha potere di parlare in nome dell'interesse generale. Gli interessi consolidati hanno un nome e cognome; hanno un indirizzo e una carriera da realizzare. Quelli della res publica invece sono anonimi e senza voce. Se si vuole veramente evitare la gestione privata per tutelare in modo più ampio l'interesse pubblico, esistono forse solo due soluzioni: o liberare quelle gestioni dalla longa (longhissima) manus della politica: e siccome dovrebbe deciderlo la stessa politica, ecco che non succederà mai. Oppure concedere la gestione del servizio pubblico agli stessi lavoratori dell'azienda sotto forma di cooperativa: ma siccome anche in questo modo gli spazi per le incursioni/scorribande della politica dovrebbero necessariamente ridursi, è impossibile che i detentori delle rendite di posizione se ne liberino per il bene dei lavoratori.
Oggi l'interesse generale purtroppo è diventato solo una ideologia di complemento, per mascherare precisi interessi asserviti ai più furbi della compagnia. Ma non è stato sempre così; speriamo non debba essere sempre così in futuro.
Tino Di Cicco E.mail