Leggiamo sul Sole 24 ore di oggi un paio di articoli entusiastici sull'effetto che l'alta velocità ferroviaria avrà sulla Pianura padana a partire dal 13 dicembre prossimo. Per sintetizzare con le parole dell'articolista "Si lavorerà di più a Milano, si vivrà un po' più spalmati nella grande city region padana". Con la glossa che cotanta modernità è riservata "ai pendolari ricchi". Un abbonamento mensile per fare Milano-Bologna in 65 minuti costa 500 euro. Si dirà: anche noi come i francesi entriamo nel pendolarismo di lusso. Noi ci limitiamo a dire che il pendolarismo ci piace poco o punto. Forse perché abbiamo un concetto troppo elevato del tempo per pensare che quello trascorso per sfrecciare da Milano a Bologna sia bene impiegato. O forse perché non reputiamo salubre che le relazioni fra persone e cose si estendano su un raggio di qualche centinaio di chilometri ogni giorno, rendendosi così fin troppo flessibili e più facili alla rottura. Capiamo bene che il quotidiano confindustriale brindi, visto che l'alta velocità è l'unico business trasportistico che attrae gli investitori privati (fra i quali, giusto per la cronaca, anche l'ex presidente di Confindustria). Però consentiteci alcune riserve. L'idea stessa di alta velocità porta con sé quella di una globalizzazione hi tech e per nulla low cost. Quindi dispendiosa dal punto di vista energetico e finanziario. Un modello che la cronaca di questi mesi sta confermando essere di illusoria grandezza. Dietro l'idea dell'alta velocità c'è il pensiero che siamo destinati a muoverci sempre più veloci in cambio di un profitto crescente. Ma questa è un'illusione. In realtà non sappiamo neanche dove andiamo.