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Data: 12/12/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Metropolitana in via Roma, un altro no. Il sindaco Massimo Cialente ironizza: ormai l'unico posto dove spesso passa la tranvia è il consiglio comunale

Consiglio di Stato: legittima la bocciatura da parte del ministero. Il primo cittadino non vuole ancora chiudere la "pratica" «Ci sono piccoli margini di manovra»

L'AQUILA. «L'unico posto dove la metropolitana si vede passare, e anche spesso, è in consiglio comunale». Allarga le braccia il sindaco Massimo Cialente chiamato a commentare la sentenza del Consiglio di Stato - che ha sancito l'illegittimità dell'opera poiché l'autorizzazione era priva del parere del ministero - giunta proprio mentre al Comune era in corso una riunione per l'annullamento del contratto con la Cgrt.
Una sentenza, scaturita dal ricorso del Ministero dei beni culturali, che riforma quella emessa tre anni fa dal Tar e che, per l'avvocato Fausto Corti (il legale che ha sostenuto le ragioni di Pina Lauria e del comitato di San Pietro) «avrà effetti ancora più dirompenti di quelli provocati dall'intervento della Corte di giustizia. E ciò perché riguarda, non le modalità di appalto, ma l'opera in sé. Un problema inestricabile» sostiene Corti «perché tutto ciò che è stato realizzato non poteva essere fatto in quanto, mancando l'autorizzazione dei Beni culturali sull'ultimo tratto (quello di via Roma), il Comune non poteva considerare approvato neppure il tracciato iniziale dell'opera». Il Consiglio di Stato ha sancito che «l'esame degli atti non conferma il rilevato profilo di tardività del dissenso del ministero per i Beni culturali, quanto meno in un contesto di non corretta conduzione della conferenza dei servizi tenuta il 27 gennaio del 2003». La sentenza ricorda che «tale conferenza è finalizzata a verificare le condizioni per ottenere i necessari atti di consenso dalle autorità coinvolte nel procedimento». Una vicenda che ha avuto «un andamento anomalo, in quanto scarsamente aderente a puntuali regole procedurali, ma anche al quadro collaborativo tra amministrazioni pubbliche che la conferenza di servizi è preordinata a realizzare con modalità che non dovrebbero compromettere l'apprezzamento di tutti gli enti coinvolti». Nella fattispecie il Consiglio di Stato rileva che in quel verbale del gennaio 2003, «emerge il parere favorevole della Soprintendenza, ma solo per il tratto fino alla chiesa di San Paolo e che la stessa si era riservata, per la restante parte, di convocare il comitato di settore». Ma alcuni mesi dopo il Comune - ritenendo non pervenuto alcun dissenso, che pure c'era stato - diede corso all'avvio dei lavori, sulla scorta del precedente nulla osta della Regione. «Procedura violata» per il Consiglio di Stato, secondo cui «mancano i presupposti per ritenere acquisiti gli atti di assenso delle amministrazioni partecipanti alla conferenza di servizi». Da qui il sì al ricorso «fatti salvi gli ulteriori provvedimenti che dovranno essere assunti attraverso un'intesa con le amministrazioni interessate». Per il sindaco, che da tempo sostiene la necessità di un confronto con tutte le istituzioni coinvolte, «questa, da una prima lettura, è una sentenza che va proprio nella direzione di riaprire quella conferenza di servizi mai conclusa».

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