Gli scontri in piazza per il capoluogo tra Pescara e L'Aquila
C'era il vento del Sessantotto. La contestazione giovanile che andò avanti per tre anni. C'era una terra che viveva di agricoltura. E delle rimesse degli emigrati. Trentotto anni fa, all'epoca della nascita della Regione Abruzzo come istituzione, c'era una terra povera. Ma non poverissima. Che nutriva la voglia di cambiare. Di crescere. Che voleva lo sviluppo a tutti i costi.
Che voleva le autostrade che non aveva. Che voleva lasciarsi alle spalle anni di isolamento e arretratezza. E poi c'era una rivalità tra le due città simbolo di quell'epoca dell'Abruzzo, che tutti pensavano fosse sopita. Ma che invece scoppiò come un petardo. Alimentando tumulti e barricate.
Da una parte c'era L'Aquila con la sua storia, la sua cultura. Dall'altra Pescara, con il suo dinamismo e le prime industrie. Fu così che, dopo le prime storiche elezioni regionali del 7 giugno 1970, e la successiva elezione a presidente del consiglio d'Abruzzo di Emilio Mattucci, democristiano, uomo politico che segnerà la storia dei primi ventidue anni della Regione, l'Abruzzo si ritrovò immerso in uno scontro che passerà alla storia come "i fatti dell'Aquila". Barricate e scontri. Sedi di partito assaltate e bruciate. In ballo c'era allora la designazione del capoluogo di regione. E sotto il Gran Sasso e in riva all'Adriatico le spinte erano forti. L'Aquila reagì con forza. Alla fine prevarrà una doppia mediazione. Una regione a due teste, con la dislocazione di alcuni assessorati a Pescara e altri all'Aquila, città che manteneva il ruolo di capoluogo di regione e la sede del consiglio e della giunta regionale. L'altra mediazione incide sull'assetto costitutivo. Lo statuto che verrà approvato all'Aquila la notte del 31 marzo del 1971, a notte fonda, con il consiglio regionale riunito in seduta pubblica nel salone del Forte Spagnolo all'Aquila, proprio per difenderlo da eventuali proteste, verrà definito "assembleare". Una originalità abruzzese, che risente anche del clima in cui nasce quell'esperienza. Il brindisi blindato che dentro il Forte Spagnolo seguirà il varo definitivo dello statuto fotografa quell'Abruzzo. I consiglieri regionali festeggeranno con un bicchiere di vermouth, acquistato dallo stesso presidente Mattucci. L'uomo conserverà quel rigore nella gestione della spesa pubblica anche dopo. Quando la Regione diverrà ricca grazie ai trasferimenti generosi della Cassa del Mezzogiorno prima, dell'Agensud poi e, infine, con i fondi della Cee (Comunità economica europea che diverrà in seguito Unione europea).
Dal bicchierino di vermouth di Mattucci alle accuse di milionarie di tangenti, che hanno decapitato la giunta abruzzese guidata da Ottaviano Del Turco lo scorso 14 luglio, sembra passato un secolo. E invece sono solo 38 anni.
In mezzo c'è la storia di una regione che si è lasciata alle spalle arretratezza e povertà. Nel 1970 la percentuale dell'export sul Pil era di appena il 5 per cento. Nel 2005 supererà la quota del 25 per cento.
Anche per questo, nel 1994, l'Abruzzo è la prima regione in Europa a uscire dal sistema degli aiuti per le aree in ritardo di sviluppo (Obiettivo 1). Una realtà che dunque ha cambiato pelle. Ha modificato il suo secolare destino. Che non esporta più i suoi giovani come «semplici braccia» in mezzo mondo, ma che oggi è meta di un fenomeno immigratorio che non ha eguali nella sua lunga storia.
Dell'Abruzzo dell'industria e dello sviluppo. Dei Parchi e del turismo, i governi che si sono succeduti nei suoi primi 22 anni di vita sono stati decisivi.
L'Abruzzo, che si muove a passi veloci tra quel 7 giugno 1970 e quello del 14 luglio 2008, è fatto di tanti piccoli e grandi avvenimenti. Una storia non senza contraddizioni.
Sistemata la pratica dei campanili, nel 1970 la regione avvia la sua grande rincorsa al Centro Nord.
La politica svolge un ruolo non secondario in questo processo. Come le forze sociali. La gente. La regione di quegli anni è pervasa da una voglia del fare che contagia tutte le province. Alimenta dibattiti. In alcuni casi proteste contro insediamenti industriali che, se da una parte potrebbero dare lavoro, dall'altra rischiano di compromettere il territorio. È il caso della Sangro-Chimica che avrebbe trasformato quello che ora è un polo industriale tra i più attivi d'Europa in un petrolchimico. Quel progetto fu cancellato dalle lotte, dagli scioperi della popolazione locale. Dei sindacati. La politica capì e cambiò idea. Era quella la Dc dominante che ha governato il processo di sviluppo dell'Abruzzo.
In Abruzzo la politica e il consiglio regionale segue le mosse della politica nazionale. I primi governi sono di breve durata. I rimpasti si susseguono e gli effetti si hanno sul consiglio regionale come sulle giunte. Nei primi dieci anni di vita dell'ente, il predominio della Dc si mantiene granitico nella giunta. Al punto che si dovrà attendere l'anno 2000 perché il primo non democristiano s'insedi a Palazzo Centi. Sarà Giovanni Pace, di Alleanza nazionale, a interrompere la storia di presidenti dei governi tutti di origine Dc.
In consiglio regionale, invece, le cose vanno diversamente. Le vicende della politica nazionale producono effetti importanti. Nel 1975 viene eletto presidente del consiglio un socialista, Marcello Russo. Mentre con l'avvento del compromesso storico, nel 1977, Arnaldo Di Giovanni, comunista, viene eletto alla guida dell'assemblea dell'Emiciclo.
La stagione del pentapartito segna la fine della Prima Repubblica, in Italia come in Abruzzo. Gli scandali di Tangentopoli da Milano arrivano a Roma. Nel 1992 anche l'Abruzzo verrà investito da un'inchiesta che decapita la giunta, lo scandalo dei fondi Pop. Non è una storia di tangenti, però. Ma di assegnazione di fondi regionali avvenuta in maniera irregolare. Senza una graduatoria e criteri oggettivi. Questa è l'accusa che porta in carcere tutti e 11 gli esponenti della giunta. Alla fine dei processi verranno tutti assolti con formula piena tranne il presidente, Rocco Salini, condannato per abuso e falso dalla Cassazione. Nonostante tutto, Salini segna la fine della prima repubblica in Abruzzo e l'avvio della seconda. Perché il medico di campagna di Castilenti, come lui stesso si definisce, tornerà in consiglio e in giunta nel 2000 con il centrodestra. Dal monolite democristiano dei primi 22 anni di vita dell'istituzione, all'alternanza degli ultimi 16, l'Abruzzo è una regione assai diversa.
Dalle certezze democristiane, ai ripensamenti di questi ultimi anni. Dopo lo scandalo dei Pop, con la legislatura portata a compimento da un governo unitario Dc-Pci, nel 1995 il centrosinistra del Pds e del Ppi porta alla guida della Regione l'ex Dc Antonio Falconio. Cinque anni di governo che non convincono la maggioranza degli abruzzesi, che nel 2000, sul filo di lana, con 2500 voti di scarto assegna la vittoria al centrodestra, di Giovanni Pace (An e Forza Italia). Sono gli anni della spesa facile. Folle, sarebbe più giusto dire. Il debito della Regione diventa un vulcano. La spesa sanitaria è fuori controllo. La giunta Pace cambia cinque assessori, in media uno all'anno. E tre assessori al bilancio. Quando si presenta nell'aprile del 2005 agli elettori viene punita duramente. Ottaviano Del Turco, socialista, che guida un'alleanza di centro sinistra vince sfiorando quota 60 per cento. Con uno scarto di 18 punti su Pace. La giunta Del Turco viene scossa dopo un anno di attività dal ciclone della Fira. La finanziaria regionale che era diventata il cuore e la cassa della Regione. Un'anomalia enorme. Una società per azioni che gestisce tutto. Finanziamenti e istruttoria delle pratiche.
E arriviamo ai nostri giorni. Incurante del campanello di allarme dell'inchiesta Fira, la giunta di Del Turco continuerà a utilizzare il presidente della finanziaria regionale Giancarlo Masciarelli anche dopo la sua uscita dal carcere.
La seconda inchiesta della procura di Pescara, quella sulle tangenti nella sanità, il 14 luglio scorso interrompe di fatto la settima legislatura. Il presidente, due assessori, il suo segretario e un consigliere regionale finiscono in carcere. Inizia una nuova storia. Che non ha nulla di politico. E che si consumerà nelle aule dei tribunali.
Oggi si può solo dire che cerca un nuovo governo e un nuovo assetto questo Abruzzo che si avvia alla fine del primo decennio del nuovo secolo. E deve fare i conti con problemi nuovi. Si chiamano globalizzazione dei mercati. Concorrenza internazionale. Caduta delle frontiere. Rapidità dei cambiamenti.
Con un debito pubblico che sfiora i tre miliardi di euro, la Regione deve attrezzarsi per evitare che tornino i fantasmi del passato, che si chiamano sottosviluppo, emigrazione, carenza di servizi pubblici, mancanza di assistenza sanitaria.
L'Abruzzo che oggi va alle urne è alla ricerca di risposte per il suo futuro immediato.