PESCARA. Un abruzzese su due ha voltato le spalle all'ente Regione e non è andato a votare. L'astensione, cresciuta di oltre il 16 per cento tra domenica e ieri, testimonia proprio il sentimento di disincanto che oggi nutre la maggioranza degli abruzzesi verso questa istituzione. Disincanto ma anche distanza. Gli abruzzesi non credono che la Regione sia in grado di dare risposte alle domande della società abruzzese.
Se l'affluenza al voto ha un valore di consenso verso le istituzioni, gli abruzzesi hanno le idee chiare. Credono che il governo nazionale possa fare qualcosa per loro. Per questo la scorsa primavera, alle elezioni nazionali, a votare c'è andato l'80 per cento degli aventi diritto. Molti di più, quasi il 12 per cento in più, di quanti nel 2005 imbucarono la scheda alle regionali vinte da Del Turco. Non si aspettano molto, invece, dalla Regione. L'astensionismo alle elezioni regionali ha messo radici da tempo in Abruzzo. Si può dire, senza tema di smentita, che è diventato il vero termometro della delusione dei cittadini. Ma vediamo da dove nasce il disamore degli abruzzesi verso quella che è l'istituzione a loro più prossima dopo il Comune.
IL REGNO DI SANITOPOLI Lo scandalo della sanità non è che l'ultimo clamoroso colpo alla credibilità delle classi dirigenti abruzzesi. Un sentimento che cova durante tutta la stagione della Seconda repubblica. Vale a dire dal 1992 a oggi. Che si evidenzia con clamore la prima volta nel 2005 e che in questa tornata di elezioni invernali è esploso con clamore. Tre anni fa Del Turco vinse con un risultato epico. Mai un presidente aveva ottenuto in Abruzzo un così ampio consenso, sfiorò il 60 per cento. Neanche la Dc, quella dell'epoca del grande balzo dell'economia abruzzese, aveva potuto contare su un consenso così esteso. Il Del Turco trionfante ereditava una situazione disastrosa. Nei cinque anni che precedevano il suo mandato, dal 2000 al 2005, il sistema sanitario, e in particolare quello della spesa verso le cliniche private, era finito fuori controllo. Una montagna di debiti nascosta sotto le cartolarizzazioni minacciava le famiglie abruzzesi. E cominciava a palesarsi sotto forma di nuove tasse. A quel punto inevitabili. Gli abruzzesi seppelliscono l'esperienza del centrodestra e riconsegnano, in quel 2005, una maggioranza sconfinata al centrosinistra. Proprio quel centrosinistra che era inciampato sulla sanità. Nel 2000, infatti, a vincere le regionali fu il centrodestra di Giovanni Pace. Che riuscì a intercettare tutto il malcontento verso la giunta di Antonio Falconio e la gestione della sanità di Vincenzo Del Colle. Ma in Abruzzo i cittadini scoprono a loro spese che cambiano i governi ma nulla cambia. La sanità pubblica in tutto questo alternarsi di coalizioni subisce tagli spaventosi, soprattutto per quanto riguarda i servizi diretti ai cittadini. Diventano una realtà per migliaia di abruzzesi gli ospedali senza più neanche l'indispensabile per consentire il normale funzionamento. Manca di tutto, dai reagenti alle lastre. Apparecchiature fuori uso e posti letto tagliati. Blocco delle assunzioni e strutture senza manutenzione. Dall'altro lato la sanità privata va a gonfie vele. Il gruppo Angelini negli anni della Seconda repubblica, dal 1994 ai giorni nostri, diviene una potenza economica senza eguali. Con una capacità di persuasione dei governi regionali che non ha precedenti. Cambiano i governi ma nulla cambia. Tre maggioranze diverse in 15 anni, ma il risultato è sempre lo stesso: aumentano i debiti regionali, decadono i servizi pubblici.
I VOLTAGABBANA La classe politica abruzzese non ha fallito solo sulla gestione. Ma anche sul piano politico. I cambi di casacca, i voltagabbana, diventano l'emblema di questa lunga stagione. Che ha il suo culmine nel 2001, quando il capo dell'opposizione, l'ex governatore Antonio Falconio, che aveva guidato il centrosinistra, passa senza colpo ferire nel centrodestra. A pochi mesi dal voto, gli elettori assistono impotenti allo spettacolo di vedere seduti uno affianco all'altro, sullo stesso fronte, Falconio e Giovanni Pace. Il vecchio e nuovo governatore a braccetto. Nonostante che proprio Pace aveva condotto una campagna senza quartiere, paese per paese, facendo leva sulle cose non fatte da Falconio. Quell'abbraccio è poco opportuno per il centrodestra e assesta il primo grande colpo alla credibilità della classe politica abruzzese. Il capo di una coalizione, che ha perso le elezioni per soli 2.500 voti di scarto, che a pochi mesi dal responso elettorale passa nel campo avversario, senza colpo ferire, è una cosa che non si era mai vista e che forse non si vedrà più. Falconio per la cronaca tornerà nel centrosinistra nel 2005, che lo riaccoglie come consulente dell'assessore all'agricoltura Marco Verticelli. Ma agli abruzzesi viene risparmiata questa volta l'offesa intellettuale di una conferenza stampa. Il balletto dei cambi di casacca ha avuto altri esempi. Una vera e propria saga. Nella quale spicca il nome di Antonio Verini già consigliere regionale del centrosinistra, per anni segretario provinciale dell'Aquila del Ppi-Margherita. Eletto anche senatore nel 2006. Manterrà la doppia carica così da risultare nel 2006 il consigliere regionale con il reddito più alto, 263 mila euro. A novembre scorso, all'ultimo minuto, passa nel centrodestra. È candidato nella lista "Rialzati Abruzzo" che sostiene Gianni Chiodi.
IL CONTO Se lo spettacolo che la classe politica regionale ha dato negli ultimi 15 anni non bastava, si è aggiunto anche il fallimento sul piano amministrativo. Gli abruzzesi oggi pagano più tasse degli altri italiani, perché a forza di fare debiti sulla sanità, questa è diventata la "Regione canaglia", per dirla con Berlusconi. E il conto alla fine lo pagano i cittadini a forza di aliquote Irpef e bolli auto maggiorati. I governi nazionali, di Berlusconi e Prodi, hanno prima tentato di arginare la folle corsa ai debiti delle giunte di centrodestra e di centrosinistra. Infine, hanno perso la pazienza e hanno spedito un commissario. Come dire, visto che gli amministratori abruzzesi sono così ignavi, ci pensa Palazzo Chigi a rimettere in riga la Regione.
A tutto ciò si somma la crisi economica strisciante che attanaglia l'Abruzzo. Qui da cinque anni c'è la crescita zero. Il Pil è inchiodato tra lo zero e il meno 1 per cento previsto per il 2009. E ancora, le aree interne sono in uno stato di abbandono unico. La gestione del territorio è inesistente. A Bussi è stata scoperta la più grande discarica chimica d'Europa, che ha inquinato l'acqua che arriva nelle case della Val Pescara.
Infine, c'è la sagra del "detto e non fatto". Vale a dire la catasta di promesse, reiterate, come una stanca poesia, a ogni appuntamento elettorale, cui non sono seguite realizzazioni. Delibere. Leggi. Progetti. Lavoro.
Ecco perché un abruzzese su due ha preferito restare a casa. A votare ci tornerà se e quando i politici abruzzesi saranno più credibili. E questo è il compito più difficile che aspetta i nuovi eletti.