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Data: 18/12/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Chiodi, il predestinato che non strilla mai. Una vita di successi silenziosi dalle partite in piazza Sant'Anna a Berlusconi

Convinto a fare politica con il vino. Al liceo era l'idolo delle ragazze ma la sua vita è tutta casa e lavoro

TERAMO. Le istantanee che riemergono dal passato di Gianni Chiodi sono tre. Il ragazzino che giocava interminabili partite a pallone in piazza Sant'Anna. Lo studente brillante e piacione del liceo classico Delfico e della Luiss di Roma. Il professionista dei conti instancabile e dall'aplomb inglese. Quel Gianni Chiodi oggi è presidente della Regione, e chi è cresciuto con lui non si meraviglia più di tanto. Chi lo conosce bene sa che è un predestinato.
Predestinato al successo, s'intende. Come può apparire uno che da ragazzino gioca centravanti negli infuocati tornei tra quartieri contro avversari più grandi e grossi di lui, che al liceo fa crepare d'invidia gli altri perché conquista le ragazze più belle, che torna dalla Luiss con un 110 e lode e diventa subito uno dei commercialisti più affermati della città. Ma è un predestinato silenzioso. Uno sobrio, essenziale. La moglie Daniela, tanto per dire, la conosce l'ultimo anno di liceo e da allora il "bello" del Dèlfico mette la testa a posto e vede solo lei. La politica, nel mondo di Chiodi Giovanni detto Gianni, classe 1961, non entra neanche per sbaglio - nonostante il padre sia un pezzo grosso della Dc locale - fino all'anno di grazia 1999. È nella primavera di nove anni fa che il centrodestra teramano, alla disperata ricerca di un avversario da opporre al sindaco uscente Angelo Sperandio, va a bussare alla porta del dottore commercialista Chiodi, contitolare di uno studio affermato ma personaggio quasi invisibile, tutto casa e lavoro. Fino a quel momento il suo nome è comparso sui giornali solo perché ha dato una mano come consulente al Teramo calcio in difficoltà e perché è il tecnico che ha curato la nascita della Banca di Teramo di credito cooperativo, presieduta da Tonino Tancredi. Piccoli segnali di notorietà emergente, ma sempre da professionista.
L'idea è di Lanfranco Venturoni, allora coordinatore provinciale di Forza Italia. «Avevamo intenzione di candidare un uomo della società civile, di ripartire da una politica nuova», racconta Venturoni. «Chiodi era uno dei professionisti migliori di Teramo, il padre aveva una storia politica nella Dc ed era mio amico di famiglia. Ci provai. Se fu facile? No. Ci vollero tre riunioni a casa mia. Alla terza gli facemmo bere qualche bicchiere di vino e, siccome è quasi astemio, crollò e disse di sì».
La sconfitta contro l'uscente Sperandio è nell'aria, e puntuale arriva. Lì poteva subito finire la carriera politica di Chiodi, che invece dai banchi dell'opposizione si mette a lavorare per vincere la volta successiva. «Perché è uno testardo, ambizioso, non gli piace perdere, anche se non lo dà a vedere», dice Massimo Di Alessandro, suo collaboratore da quando è entrato in politica. «Con lui abbiamo fatto un investimento a lunga scadenza», aggiunge Venturoni, «e ci abbiamo azzeccato. Anche oltre le previsioni». Lo stile di Chiodi all'inizio è sommesso al punto da apparire dimesso. Non fa mai polemiche politiche ma sempre e solo analisi e critiche tecniche. Perché la baruffa non gli piace. Le chiacchiere ancor meno. Resta un tecnico prestato alla politica, e tale si sente. Quel che non appare è che è anche un leader, che zitto zitto sta costruendo una squadra vincente. Nel 2004, quando si rivota, si è guadagnato già da un anno la ricandidatura. Stavolta vince e si lancia verso un altro destino. «Non avevo dubbi che sarebbe riuscito anche in politica. Un suo pregio», dice il compagno di studi e socio di lavoro Carmine Tancredi, «è il fatalismo. Lo muove una sana ambizione ma guarda le cose in maniera distaccata, considera sia la sconfitta che la vittoria come due impostori».
Educato, garbato, mai sopra le righe. Sono le caratteristiche di Chiodi che colpiscono di più. «Per fargli perdere la pazienza ci vuole tanto, forse troppo», dice uno stretto collaboratore che preferisce restare anonimo, «nel senso che qualche volta arrabbiandosi avrebbe risolto prima il problema. Ma gli risulta difficile. Sì, ogni tanto si arrabbia, ma al massimo dice qualche "cazzo"...». Peppino De Dominicis, altro suo collaboratore, amico di Gianni dai tempi del liceo: «È un lavoratore instancabile, uno che si è abituato alla fatica nei primi anni da commercialista, quando lo studio doveva affermarsi. Gli stati di ansia ce li ha anche lui, ma riesce a farseli rimbalzare addosso. Così non mette mai ansia agli altri e quindi li fa lavorare bene».
Un po' snob? L'impressione può essere quella, anche per la forbitezza inusuale del linguaggio. «Interlocuzione» e «implementazione» gli scappano via, di tanto in tanto. Ma chi lo conosce assicura che Gianni è uno alla mano, uno del popolo. «È nato e cresciuto sulla strada, in piazza Sant'Anna», dice un amico d'infanzia ricordando una Teramo che non c'è più, piena di bambini vocianti e senza traffico, «una volta qui c'era un campetto e si giocava a pallone ore e ore. Al torneo Mik Mak, quello dei quartieri, che si giocava sotto il ponte, era il perno della squadra di Sant'Anna. Che sfide con Porta Madonna! Lui snob? Ma và. Era uno molto calmo, è vero, ma era uno di noi, mai avuta la puzza sotto il naso. Proprio come la madre (scomparsa nel '99, ndr), una donna eccezionale a cui piaceva stare in mezzo alla gente». Peppino De Dominicis conferma: «Magari non sembra, ma è uno che sa divertirsi e sa far divertire. In privato ha sempre la battuta pronta».
Riservato, questo sì, è innegabile. «Quando è libero», dicono gli amici, «se ne sta a casa. Gli piace molto sentire la musica classica, leggere, fumarsi un sigaro. E non gli piace parlare della vita privata, la famiglia la tiene assolutamente fuori dalla politica». Uno così è andato a finire davanti a palazzetti stracolmi e urlanti al fianco di Berlusconi che sparava battute più o meno felici. Come si sarà sentito? «Imbarazzo e timore reverenziale c'erano ed erano visibili», dice l'anonimo amico e collaboratore, «ma del resto, fino a cinque mesi fa, noi chi frequentavamo? Abbiamo vissuto un film. Lui e il suo staff eravamo tutta gente che con la politica ad alti livelli non aveva mai avuto niente a che fare. Bè, il cavaliere ne è stato conquistato da subito». L'invisibile Chiodi, dunque, in nove anni è diventato un animale politico? «No. Concettualmente resta un professionista», conclude l'amico, «non nasce come politico e si vede. Non sa costruire una realtà virtuale, è schivo in determinate situazioni. Quando si trattava di telefonare a Berlusconi, le prime volte, esitava. Ma è uno che bada all'efficienza, ai risultati. Vedrete».

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