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Data: 19/12/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Crolla l'industria, il terziario salva l'Abruzzo. Più di 32mila giovani cercano lavoro. Mauro: la vera crisi deve ancora arrivare

PESCARA. Cresce il lavoro «in rosa», crolla quello degli addetti all'industria, in ripresa quello dei servizi. Questo il quadro del lavoro in Abruzzo, secondo i dati Istat relativi al terzo trimestre 2008. Nel periodo 30 giugno-28 settembre si è registrata una forte ripresa del lavoro femminile, in particolare nel settore dei servizi, una diminuzione dell'occupazione in agricoltura e il crollo del numero degli occupati nell'industria. I dati sono stati forniti da Abruzzo Lavoro, ente strumentale della Regione. Su un milione 323.000 residenti (+13.000 rispetto al terzo trimestre 2007), gli occupati sono 523.000.
I NUMERI. Si rileva un incremento di 8.000 occupati (1,6%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, ma le forze lavoro censite sono 554.000, 9.000 in più, dato legato all'aumento delle persone rimaste disoccupate. Il tasso di attività regionale aumenta dello 0,4%. Il tasso di occupazione cresce dello 0,3%, attestandosi sul 59,4%, mentre quello di disoccupazione sale di 0,2 punti (da 5,5% a 5,7%), a fronte di un dato nazionale di 6,1%. Sono 17.000 le persone occupate in agricoltura (-3.000 rispetto a un anno prima), 149.000 nell'industria (-10,2%). Nelle costruzioni, dopo tanti trimestri di aumento, si registrano 3.000 posti in meno. In compenso sono 356.000 gli occupati, soprattutto donne, nel settore servizi (+27.000), con il commercio che si attesta su 102.000 unità (+8.000 posti). È salito il numero dei dipendenti (+22.000), è sceso quello degli autonomi (-14.000) e sono 32.000 le persone in cerca attiva di lavoro. «L'Istat», rileva Abruzzo Lavoro, «considera i cassintegrati come occupati, per cui l'analisi non tiene conto compiutamente della crisi in atto».
L'ANALISI. Secondo l'economista Giuseppe Mauro, «in linea generale i dati rilevano una tendenza positiva. Il dato sull'occupazione del terzo trimestre 2008 è la sintesi di due aspetti. Da un lato la forte diminuzione del settore industriale e dall'altro l'impennata dei servizi. Si ha la sensazione che la crisi debba avere ripercussioni sul piano occupazionale a partire dal prossimo trimestre. Anche perché nella prima parte dell'anno la regione cominciava a manifestare segnali di ripresa dopo anni di andamenti negativi sul piano produttivo. Infatti, per l'intero 2008, si calcola un andamento negativo del prodotto interno lordo, meno 0,7%, superiore sia al mezzogiorno che al sistema Italia. Per il 2009 l'andamento negativo del Pil dovrebbe essere ancora più accentuato e superare l'1%. L'indicatore della produzione avrà effetti negativi sui prossimi livelli occupazionali. In particolare per i cosiddetti contratti flessibili, che in Abruzzo sono circa 60mila. Pertanto, si può ritenere che alla scadenza dei vari contratti a tempo determinato i lavoratori come collaboratori, apprendisti, interinali e quelli a contratto saranno i primi a pagarne le conseguenze».
LA CRISI DELL'AUTO. «L'evoluzione negativa del sistema economico abruzzese nei prossimi mesi può anche essere individuata dall'andamento del settore delle imprese del comparto mezzi di trasporto», prosegue Mauro. «Sinora questo settore produttivo è cresciuto garantendo livelli occupazionali, innovazione, cultura manifatturiera e soprattutto export. Tant'è vero che oggi rappresenta oltre il 33% delle esportazioni complessive dell'intera regione. Se questo settore, si vedano i casi del polo della Val di Sangro, dovesse subire contraccolpi negativi, come già appare a livello internazionale e nazionale, le ripercussioni sull'economia abruzzese saranno molto forti, anche per il forte indotto che certe grandi imprese esercitano sulle piccole e soprattutto medie aziende della regione che, in taluni casi, costituiscono vere e proprie piccole imprese di eccellenza».
LE SOLUZIONI. «La prima riguarda il rapporto con il sistema bancario», sostiene ancora l'economista. «In questa fase di transizione così particolare e così acuta occorre porre l'attenzione su almeno quattro linee di intervento. E credo che la nuova giunta regionale debba riflettere una volta per tutte sui problemi dell'economia. La prima riflessione riguarda l'esigenza di definire un piano strategico non generico entro il quale collocare interventi di breve, medio e lungo periodo. Per capirci, non si può pensare solo alle infrastrutture da fare entro i prossimi 20 anni. Nella fase attuale è urgente immettere liquidità nel sistema economico. Penso ad esempio a un rafforzamento delle linee a favore dei consorzi fidi. È necessario un migliore rapporto tra banche e imprese. Oggi non è che si assista a un razionamento vero e proprio del credito ma a una decelerazione strisciante che si esprime attraverso una riduzione della richiesta di rinnovo degli affidamenti, l'allungamento dei tempi per l'analisi delle istruttorie, una maggiore richiesta di garanzie nonché il rifiuto di nuovi affidamenti a medio e lungo termine. Se oggi il problema della liquidità non ha raggiunto livelli allarmistici è solo perché la domanda di credito per gli investimenti da parte delle imprese è crollata».
«RIDARE DIGNITÀ». «Occorre ridare dignità a questa regione sotto il profilo istituzionale e politico. L'Abruzzo oggi gode di una bassissima reputazione e ciò non consente di attrarre nuovi investimenti e ne riduce la credibilità sui tavoli nazionali ed esteri. Infine, oggi più che mai, si avverte l'esigenza di fare sistema. Vale per tutte le componenti politiche. Per motivi di responsabilità istituzionale, perché ci sono problemi di complessa portata da affrontare indipendentemente dall'appartenenza e poi perché c'è una responsabilità economico-sociale, specie sul fronte dello sviluppo. Fare squadra significa dare fiducia ai mercati e agli operatori. Anche con quest'ultimo dato sull'occupazione l'Abruzzo dimostra di avere dei punti di forza. C'è una prevalenza dell'economia reale su quella finanziaria; c'è un'intensa attività industriale dove 2 province su 4 (Teramo e Chieti) superano il 35% del totale degli occupati nel settore; c'è una media impresa, la meccanica, che ha conquistato spazi importanti e poi c'è l'assenza di grandi aggregati urbani che conferisce alla regione una forte coesione sociale».

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