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Pescara, 28/04/2026
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Data: 19/12/2008
Testata giornalistica: Il Centro
«Mai chiesto i soldi» Il sindaco parla per più di 3 ore, poi piange. L'interrogatorio in tribunale: «Toto è un amico, della lista di Dezio non so nulla»

Domani nuovo faccia a faccia Dezio invece non risponde e chiede di tornare in libertà

PESCARA. «Mai chiesto soldi alle imprese, nessun imprenditore può dire di avermi dato i soldi». Luciano D'Alfonso parla per tre ore e venti minuti nell'aula sei del tribunale di Pescara. Poi torna a casa, in via Salita Zanni, dove è agli arresti domiciliari, e scoppia in un pianto a dirotto e liberatorio quando vede tre carissimi amici che lo aspettano davanti al cancello per urlargli: «Luciano, ti vogliamo bene. Tieni duro, siamo con te». E' stato il giorno più lungo per il sindaco di Pescara arrestato lunedì sera, appena rientrato a casa dopo la sua ultima giunta in Comune.
E' stato il giorno del chiarimento davanti al giudice Luca De Ninis e al pubblico ministero Gennaro Varone che lo accusano di associazione per delinquere, corruzione, concussione, truffa e peculato. D'Alfonso si gioca la partita della vita.
Parla tre ore e 20 minuti, fuori un vigilante esclama in dialetto: faceme notte, sta a parlà solo lui. Il sindaco si difende con decine di documenti. Ribatte alle accuse delle cento pagine di ordinanza di custodia cautelare senza fermarsi mai dalle 16.05 alle 19.25. Ma non basta.
DOMANI IL BIS. Alle 10 di domani, ci sarà un secondo round del faccia a faccia con i magistrati che lo hanno arrestato.
«Non ho mai ricevuto soldi e favori personali dalle imprese», è la frase chiave dell'interrogatorio del sindaco che questa volta non scarica le colpe su Guido Dezio, il più fedele del suo staff, arrestato insieme a lui la stessa sera di quattro giorni fa. E che ieri sera, assistito dagli avvocati Medoro Pilotti Aielli e Marco Spagnuolo, ha atteso la fine dell'interrogatorio del suo sindaco, ed è comparso davanti al giudice ma ha deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere e di presentare la richiesta di revoca degli arresti domiciliari.
«NON CONOSCO LA LISTA». Torniamo però a D'Alfonso che giura di non sapere nulla della lista con le «B» e le «N» accanto ai nomi degli imprenditori che avrebbero pagato tangenti, trovata in Comune in un cassetto dell'ufficio del suo braccio destro Dezio. E alla procura che lo accusa di aver preso tangenti da Carlo Toto, patron di AirOne e suo testimone di nozze (tangenti sotto forma di un viaggio in jet da New York a Pescara per la sorella del sindaco, o una gita a Malta e Venezia o, infine, 72mila euro di stipendi a Fabrizio Paolini, autista factotum del sindaco, ma anche avvocato e consigliere comunale del Pd a Francavilla) ha spiegato che «Carlo è un amico di vecchia data, è una persona generosa, lo faceva con me come lo ha fatto con tutti».
ESCE DI CASA. Facciamo un passo indietro. Sono le 15.05 quando una Smart nera esce dal cancello di casa di Luciano D'Alfonso in via Salita Zanni. Dentro, il sindaco siede nel posto del passeggero: l'utilitaria è condotta dall'avvocato Roberto Milia, sul sedile posteriore si intravedono quattro faldoni di carte con copertine verde, su quello più in alto c'è la dicitura «Aree di risulta», l'appalto vinto da Toto.
La Smart percorre Strada Francesconi, scende in via Ferrari e si dirige verso il tribunale. Alle 15.16 l'auto entra nel parcheggio del corpo B del palazzo di giustizia. D'Alfonso percorre un corridoio interno accompagnato dagli avvocati Giuliano e Roberto Milia, infine entra nell'aula 6, al piano terra dell'edificio. Fuori non ci sono cittadini a manifestare, ma decine di telecamere e giornalisti arrivati da tutta Italia. Nell'aula di giustizia, il sindaco appoggia gli incartamenti e comincia a rileggere le carte, i vigilantes invitano tutti a uscire e l'aula diventa off limits, mentre nell'androne compare un uomo che si esibisce in una solitaria protesta, mostrando un cartello scritto con un pennarello: «Chi ha troppo vuole sempre di più e c'è chi non riesce a portare un pezzo di pane ai propri figli. La legge è uguale per tutti».
ARRIVA DEZIO. Alle 16.04 il sostituto procuratore Gennaro Varone entra in aula, subito dopo di lui arriva il gip Luca De Ninis.
Comincia l'udienza. D'Alfonso sta già parlando da quaranta minuti quando nel parcheggio sul retro del tribunale arriva anche Guido Dezio, l'ex braccio destro arrestato assieme a lui, che viene avvicinato da un uomo che lo abbraccia, lo bacia e gli dice: «È un'ingiustizia».

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