PESCARA. Nella sala consiliare che trabocca di gente come mai si era visto, la democrazia mostra pancia e cuore, il meglio e il peggio di sè. Le emozioni sono esasperate, le parole non riescono a frenarle. Giovani e anziani, cinquecento almeno, il popolo del sindaco che si ritrova davanti al consiglio comunale riunito per l'ultima volta. Una ragazza solleva un cartello: «Siamo tutti con te». «Luciano, Luciano» urla la folla.
Alle 16.30 del quarto giorno dopo l'arresto del sindaco, ha inizio una seduta drammatica: l'atto finale di una esperienza politica finita in modo cruento. La sala è stipata, centinaia di persone restano in piedi. Fuori si raccolgono firme, dentro la gente esplode in un lunghissimo applauso. Lorenzo Sospiri ha un gesto di stizza: «Quanto tocca agli altri si sostengono i giudici, quando tocca a loro sostengono gli indagati». «Ridateci il sindaco» dice un cartello. «La città sembra in lutto: questa è una testimonianza di affetto verso un sindaco molto amato» commenta il presidente della Provincia Pino De Dominicis. In prima fila c'è l'ex parlamentare Pina Fasciani. «I cartelli si possono esporre» avvisa il presidente del consiglio. La gente protesta, finché Vincenzo Dogali, aprendo la seduta, legge la lettera di dimissioni del sindaco. Sul finire, la voce si incrina, scoppia l'applauso.
È quando prende la parola il capogruppo del Pdl Luigi Albore Mascia che la folla insorge, il presidente è costretto ripetutamente a chiedere silenzio: «Questo è un luogo di democrazia, tutti devono poter parlare». È un intervento che va avanti a fatica, per esprimere a D'Alfonso «umana comprensione», ma anche per ricordare gli «innumerevoli gli appelli alla trasparenza giunti dai banchi del centro-destra, le denunce e le battaglie legali. Il capogruppo del Pdl definisce «sospetta, assurda e vergognosa» l'operazione dell'area di risulta, la privatizzazione dei cimiteri poco trasparente, parla di «assunzioni clientelari» fatte passare come borse di studio, di «maggioranza silenziosa e compiacente». È la scintilla che innesca i boati del pubblico: «Che fai, il giudice?». Dogali è costretto a sospendere.
«Questo populismo non fa bene a nessuno, neppure a D'Alfonso», osserva Berardino Fiorilli. Il senatore Andrea Pastore è infuriato: «Questo consiglio non ha senso» dice. «Voglio vedere vigili in divisa, prendete i nomi di chi schiamazza» chiede a gran voce al comandante della polizia municipale Ernesto Grippo. «Questo è lo sbocco naturale di un sistema di malgoverno, ci spiace che la gente non l'abbia capito» osserva Pastore. Ma per la gente D'Alfonso è vittima di un errore. «Come Tortora». Alla ripresa, coi vigili schierati in platea, dai banchi del Pd parla con voce commossa il capogruppo Moreno Di Pietrantonio: «Questo è il giorno del dolore e della tristezza, ma anche della responsabilità. Ai magistrati va tutto il nostro rispetto, ma per noi è anche il giorno dell'orgoglio per avere vissuto 67 mesi di governo cittadino che hanno cambiato la città, affidandole quel ruolo centrale che ha il diritto di avere in questa regione e nel Mediterraneo».
Ma per Carlo Masci, per anni principale avversario di D'Alfonso, «questo dramma che tocca tutti» è il frutto di responsabilità precise: «Tante volte abbiamo detto che le regole venivano superate. Nella pubblica amministrazione nessuno può dire "domani si farà"».
Rende omaggio all'amico anche Silvestro Profico, che dai banchi della Sinistra Arcobaleno spesso l'aveva criticato: «Ha indiscutibili meriti per la città». «Tutto questo si sarebbe potuto evitare se l'ex sindaco avesse ancorato il programma alla cultura della legalità, che lui ha eluso» sostiene Gianni Teodoro mentre la gente rumoreggia. Poi tocca a Filippo Pasquali, capogruppo dell'Italia dei Valori, che ha ritirato i suoi assessori e che ora prende le distanze da D'Alfonso: «Quello che ci divide è la questione morale, ci siamo sentiti traditi».
Per il vice sindaco Camillo D'Angelo è la goccia che fa traboccare il vaso: «Non amo la retorica, ma non si possono condannare le persone prima del giudizio. Non mi rivolgo ai colleghi dell'opposizione, a cui è consentito criticare. Non è consentito invece a chi per anni ha condiviso questa scelta e ha goduto dei marciapiedi e dei giardini sotto casa per i suoi elettori: forse è sbagliato credere nlle soluzioni rapide, ma la pubblica amministrazione è lenta e vecchia». La gente applaude, poi lentamente sfolla. L'assessore regionale Donato Di Matteo sfugge alle domande. Mario Sorgentone tace, con occhi lucidi. «I nani ballano» dice Paola Marchegiani.
Fuori dalla sala, la raccolta firme su una petizione che sarà consegnata a D'Alfonso, ma anche alla magistratura e alle istituzioni, cresce: a fine serata supererà le 400 firme. Firma anche il sindaco di Spoltore Franco Ranghelli i fogli presidiati da Gaetano Novello, sindaco di Pescara nel 1971, presidente della Regione nel 1985, uno dei «saggi» voluti da D'Alfonso al suo fianco. «Sono tranquillo, mi fido di Luciano e la magistratura farà il suo lavoro. Chiedo solo che facciano presto. Se ne uscirà pulito, sarà più grande di prima».