PESCARA. «Una cupola che governava la città», afferma il pubblico ministero Gennaro Varone. Ma le cento pagine dell'ordinanza contro Luciano D'Alfonso tradiscono dieci punti deboli. Sono passaggi chiave dell'arresto del sindaco che si prestano a una lettura favorevole anche alla difesa. Li approfondiamo uno per uno alla vigilia dell'interrogatorio del sindaco, cominciato due giorni fa.
E rinviato a questa mattina alle 10. Anche oggi il sindaco non resterà in silenzio: si presenterà davanti al giudice Luca De Ninis con in mano faldoni di documenti. Anche oggi andrà al contrattacco.
IL FAX E' UN RICATTO? «Pensate a lavorare, non pensate ai soldi». E' su questa frase che si basa l'accusa più pesante: la concussione, il presunto ricatto, la minaccia di D'Alfonso al tipografo dei politici Brandolini che diventa testimone determinante per la procura, oltre che l'unico imprenditore che accusa il sindaco.
Brandolini stampa manifesti di partito per la Margherita che però il Comune non retribuisce e, se lo fa, li fa risultare manifesti istituzionali. Quindi, secondo la procura, D'Alfonso commette un reato, il più grave che gli viene contestato, estorcendo manifesti gratis al tipografo con la frase «pensate a lavorare, non pensate ai soldi».
Per farlo però non utilizza emissari oppure telefonate minatorie, come farebbe il capo di una cupola, ma un semplice fax scritto di proprio pugno che la polizia sequestra a Brandolini. Ma un fax è un'arma di ricatto?
I VOLI CON TOTO. L'altra prova-principe in mano all'accusa sono i voli in jet pagati da Carlo Toto a D'Alfonso.
Il sindaco favorisce il patron di AirOne nell'appalto delle aree di risulta, l'imprenditore si sdebita con i voli aerei: questa è l'equazione dell'accusa. Ma tra il peso economico dell'appalto (53 milioni di euro) e il costo dei voli c'è un disvalore così abissale che questo dato, da solo, basta per far scricchiolare l'accusa di corruzione. Ma se a questo si aggiunge che tutti gli altri otto imprenditori (colossi come Astaldi e Di Vincenzo) si erano ritirati dall'appalto perché anti-economico, si può anche pensare che il vero favore di Toto a D'Alfonso sia stato quello di aver accettato di partecipare alla gara delle aree di risulta, da vent'anni in stato di assoluto degrado.
LA SEDE DELLA REGIONE.
L'imprenditore della sanità privata Luigi Pierangeli - sostiene l'accusa - paga 8mila euro di tangente in cambio dell'interessamento di D'Alfonso all'appalto della nuova sede della Regione, nell'ex fonderia Camplone, un'opera da 50 milioni di euro.
Ma anche in questo caso la differenza di valori tra il vantaggio ottenuto dall'imprenditore e il beneficio per il sindaco è troppo grande affinché l'accusa regga. Per di più i tempi non coincidono.
Gli 8mila euro sarebbero stati versati ad aprile del 2006; l'operazione ex Fonderia Camplone si concretizza con la giunta regionale di Giovanni Pace, quindi almeno due anni prima.
I SILOS SPARITI. Anche l'imprenditore Renzo Di Properzio, secondo l'accusa, paga una tangente di 50mila euro in cambio di terreni sdemanializzati a poco prezzo vicino al porto. Ma su quei terreni c'erano 23 silos enormi che contenevano idrocarburi e che D'Alfonso riesce a far smontare con un'operazione-lampo e a costo zero per le casse del Comune all'inizio del suo primo mandato.
Prima di lui, nessun altro sindaco era riuscito a liberare la città dai mostri d'acciaio.
TANGENTE-DI VINCENZO. Quindicimila euro sarebbe il prezzo della tangente pagata dall'imprenditore Dino Di Vincenzo per l'accordo di programma del Parco Florida. L'accusa dice che così il sindaco avrebbe favorito l'imprenditore. Ma sono più di uno i punti deboli.
Il primo è che il parco Florida, per decenni abbandonato, è diventato una splendida realtà cittadina. Il secondo riguarda i rapporti pregressi tra i due personaggi. Era il 2002, infatti, quando D'Alfonso decide di accelerare i tempi del trasferimento della vecchia procura della Repubblica dal palazzo ex Monti, in via Conte di Ruvo, nella nuova sede di via Marino Di Resta. E ci riesce evitando che scatti il rinnovo del contratto con i proprietari dell'ex procura, ovvero Di Vincenzo e Toto. Quel rinnovo sarebbe costato due milioni di euro l'anno al Comune, responsabile delle spese per le strutture della giustizia. Ma D'Alfonso sblocca il trasferimento privando i due grandi imprenditori di enormi vantaggi economici.
CIMITERI A COSTO ZERO.
L'operazione cimiteri, per la procura, è un project financing da 18 milioni di euro in cambio di presunte tangenti da poche migliaia di euro ed è costata all'imprenditore Massimo De Cesaris, 42 anni di Francavilla, l'arresto per corruzione in concorso con D'Alfonso. A questa accusa se ne aggiunge un'altra: due consulenti-controllori dell'appalto, nominati dal Comune, Marco Mariani e Franco Ferragina, le cui parcelle sarebbero state pagate dalla ditta aggiudicataria. Fin qui la procura.
Ma anche in questo caso il disvalore tra il vantaggio per l'impresa e i benefici per il sindaco sembra essere troppo grande perché l'accusa di corruzione resti solida. Per di più, anche l'operazione-cimiteri, che D'Alfonso dice di aver guidato politicamente, si è rivelata a costo zero (se si pensa alle parcelle d'oro) per il Comune e la città.
LA FONDAZIONE. «Europa prossima» non era una innocua Onlus fondata da D'Alfonso «e i suoi accoliti», come li definisce il giudice, ma una vera e propria cassaforte, l'ultima tappa dove sarebbero confluite le tangenti che gli imprenditori pagavano a quella che sempre l'accusa definisce la «cupola che ha governato la città».
Vista dalla parte della difesa, «Europa Prossima» è però una fondazione di cui facevano parte intellettuali dell'area metropolitana, compresi presidi di facoltà della D'Annunzio. Era sì una Onlus finanziata dagli imprenditori, ma quei finanziamenti sono stati investiti per organizzare convegni anche con magistrati ed economisti di spicco.
Quale beneficio ne ha tratto D'Alfonso? Non di arricchimento personale, ma di consenso verso la città.
LA DEDUZIONE. La polizia sequestra una lista con le «B» e le «N» accanto ai nomi degli imprenditori che avrebbero pagato tangenti. La lista era in un cassetto dell'ufficio di Guido Dezio, braccio destro di D'Alfonso. B sta per bianco, cioè contributi regolari; N significa nero, quindi tangenti. Ma Dezio, secondo la procura, nella sua qualità di politico e pubblico funzionario, non aveva nulla da offrire in cambio a imprenditori come De Cesaris, Toto, Di Properzio e Pierangeli. «Se gli imprenditori hanno dato è perché a loro ha chiesto qualcuno che poteva influire in maniera decisiva sulla sorte dei loro rapporti economici con il Comune e che tale persona poteva essere solo il sindaco D'Alfonso». Ma è una deduzione investigativa, non esistono testimonianze o documenti che accusino direttamente il sindaco di aver intascato uno dei pagamenti in nero elencati da Dezio.
TROPPI ANONIMI. Parte da due esposti anonimi l'inchiesta su D'Alfonso che porta per la prima volta la polizia postale in Comune.
Gli esposti denunciano, il 23 luglio del 2007, casi di «peculato del sistema informatico che gestisce l'anagrafe per realizzare falsi tesseramenti alla Margherita». Dezio viene indicato come mandante della stampa abusiva di una parte dei certificati anagrafici. Ma questa prima inchiesta va verso l'archiviazione. E' però sempre una telefonata anonima che avvisa la polpost di correre alla tipografia Brandolini perché qualcuno sta distruggendo manifesti elettorali ordinati da D'Alfonso. La polizia va, perquisisce ma non trova nulla.
Finora a parlare sono stati solo gli anomimi. Scorrendo le cento pagine di ordinanza di custodia cautelare non si trova neppure un nome di imprenditore che fa nome e cognome accusando D'Alfonso, nonostante che l'inchiesta duri da più di due anni.
E' DAVVERO UNA CUPOLA?
Governava la città la cupola guidata da D'Alfonso. La governava «per visibilità pubblica, denaro ed altri servigi personali». Era «un sistema che ha minato radicalmente la stessa democraticità dell'amministrazione cittadina».
Era «un sistema di azione fondato sulla corruzione e sulla truffa, sullo sfrontato piazzamento dei propri accoliti ai posti strategici che ha radicalmente inquinato il rapporto privato-pubblica amministrazione, facendogli perdere qualunque trasparenza ed ha prodotto inaccettabili locupletazioni (arricchimento indebito, ndr) a vantaggio di privati immeritevoli e a spese della cittadinanza».
Sono queste le parole dei giudici. Sono accuse pesantissime alle quali la difesa potrebbe rispondere mostrando le foto di Pescara. Com'era prima del 2003, prima della cupola e com'è adesso.