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Pescara, 04/05/2026
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Data: 21/12/2008
Testata giornalistica: Il Centro
Sindaco, applausi dopo quattro ore di difesa. Smonta l'accusa dell'estorsione con il fax, il gip decide la libertà il 24 dicembre. La gente lo aspetta all'uscita per gridare «Forza Luciano»

PESCARA. Applausi scroscianti, lacrime e urla all'uscita del tribunale. «Forza Luciano», grida la gente alle 14,40 di ieri quando il sindaco sbuca dalla stanza numero sei al piano terra del palazzo di giustizia di Pescara. Luciano D'Alfonso ha il volto provato da quattro ore e mezza di interrogatorio. Percorre speditamente il corridoio centrale del tribunale inseguito dalle telecamere, stringe le mani a tre cittadini che gli gridano ancora «dai Luciano» e si emoziona.
Le lacrime gli bagnano gli occhi mentre sale su una Volkswagen Tuareg insieme agli avvocati Giuliano e Roberto Milia e scompare dietro i vetri posteriori oscurati.
Sono lacrime di chi non si sente più solo, quelle di D'Alfonso che davanti al giudice per le indagini preliminari, Luca De Ninis, si gioca l'ultima sfida, la più difficile, contro Gennaro Varone, il pubblico ministero che ha chiesto il suo arresto per reati gravissimi, presunte tangenti da imprenditori, truffe, peculato e soldi al partito. Ma Varone non è in aula quando D'Alfonso comincia a parlare e si difende davanti al giudice che deciderà sulla richiesta di revoca degli arresti domiciliari.
Il giorno chiave sarà il 24 dicembre. D'Alfonso dovrà attendere la vigilia di Natale, prima di conoscere il verdetto sulla sua libertà.
LE 4 PERQUISIZIONI. Il pm Varone entra in aula per un attimo alle 10,05. Entra solo per dire: «Sono venuto per comunicare che oggi non partecipo». Si gira, imbocca la strada per l'ascensore, fa ciao con la mano verso le telecamere di Rai3 e torna nella sua stanza, al terzo piano dove però ad attenderlo ci sono gli investigatori della Squadra Mobile che ricevono dal magistrato la delega per quattro perquisizioni, due in città e due in provincia.
Ma le perquisizioni coperte dal segreto (si parla di imprenditori e un uomo dello staff del sindaco) scattano proprio, mentre in tribunale c'è D'Alfonso che si difende in modo circostanziato con le carte in mano. In aula commentano: «E' un'ordinanza al limite», riferendosi alle 100 pagine dell'accusa costate gli arresti domiciliari al sindaco. Un'ordinanza con almeno dieci punti deboli.
COS'E' LA GIUSTIZIA? D'Alfonso arriva in tribunale alle 9,10. E questa volta entra dalla porta principale, non si corpre il volto e non sfugge ai fotografi. C'è già qualche cittadino ad attenderlo, tra questi però si confondono quattro agenti della Digos e tre della Squadra Mobile.
D'Alfonso porta con sè i faldoni con i documenti di due grandi appalti finiti sott'accusa (area di risulta e cimiteri) e copie di manifestini incriminati dalla procura perché fatturati come istituzionali quando invece sarebbero elettorali. Il sindaco ne prende uno in mano e per un attimo sorride perché c'è scritto «Pescara città ponte». E' il nome di una lista civica, ma è anche lo slogan ideato dal Comune, a maggio del 2007, dopo l'approvazione in giunta di un nuovo ponte dai serbatoi ex Camuzzi alla draga e l'annuncio del ponte pedonale alla foce del fiume, finanziato da sei grandi imprenditori-mecenati della città.
La cronaca dell'attesa vede il sindaco seduto a fissare la scritta dietro lo scranno del giudice: «La legge è uguale per tutti, la giustizia è amministrata in nome del popolo» che D'Alfonso osserva per mezz'ora, fino a che non arriva il giudice De Ninis e parte l'interrogatorio fiume, il secondo dopo quello di giovedì, durato tre ore e mezza.
UN VERO INTERROGATORIO. Varone non è in aula quando il sindaco risponde alle domande del gip De Ninis che chiede chiarimenti sui passaggi principali dell'ordinanza e - a differenza del primo interrogatorio del 9 dicembre dal pm che è durato appena mezz'ora - ascolta con molta attenzione. «Mai chiesto soldi alle imprese e nessuno può dire di avermi dato soldi», riparte da qui la difesa di D'Alfonso. Riparte da dove era finita tre giorni fa durante il primo round dell'interrogatorio di garanzia. Area di risulta affidata al patron di AirOne, Carlo Toto e cimiteri privatizzati e dati in gestione alla Fidia, cioè le imprese De Cesaris e Delta Costruzioni, sono i passaggi da chiarire. D'Alfonso si difende così sull'operazione Toto: «Otto delle nove imprese invitate rinunciarono. Provai a richiamarle, ma loro niente».
LE OTTO LETTERE. Così sono un vero e proprio alibi per D'Alfonso le 8 lettere che altrettante imprese invitate dal Comune scrivono al sindaco: «Ci ritiriamo dall'appalto dell'area di risulta perché è anti-economico». In gara, quindi, resta solo Carlo Toto che arriva persino a discutere con il figlio Alfonso che non vuole quell'appalto.
Ma il papà va avanti e dice: «Lo faccio per la città», racconta D'Alfonso al giudice per smontare l'accusa di corruzione. Quella del volo in jet da New York a Pescara, oppure della vacanza a Malta e Venezia, pagati da Toto «che lo ha fatto solo perché è un caro amico dal 1984 e che non ho favorito con l'aggiunta all'ultim'ora nel bando di 4mila posti auto da gestire perché erano previsti già dall'inizio», spiega il sindaco. Passiamo al capitolo privatizzazione dei cimiteri, un affare da 18 milioni di euro. Anche in questo D'Alfonso è indagato per corruzione per aver favorito l'imprenditore Massimo De Cesaris, 42 anni, di Francavilla, che però si sarebbe sdebitato con cifre dell'ordine di poche decine di migliaia di euro.
IL BIMBO CADUTO. La gestione dei camposanti non parte da un piano corruttivo, ma da un grave incidente capitato al figlio di un avvocato, spiega D'Alfonso.
Un bimbo di otto anni precipita in una tomba in costruzione, nel giorno della commemorazione dei defunti, si frattura le gambe e rischia di morire infilzato. Il Comune finisce sott'accusa, il Centro denuncia lo stato di abbandono dei due cimiteri, scopre persino teschi dimenticati tra le tombe. «Così ho deciso di avviare il project financing», dice D'Alfonso, «per affidare non solo la manutenzione dei cimiteri, ma soprattutto la loro gestione perché il Comune non aveva e non ha 16 milioni di euro per farlo da solo».
IL FAX DEL RICATTO. Da Luigi Pierangeli («Non mi ha mai dato gli 8mila euro») a Renzo Di Properzio («Con lui il Comune è persino in causa per l'area degli ex silos») fino ad arrivare alla prova principe in mano a Varone: il fax inviato da D'Alfonso al tipografo Brandolini con la frase «Pensate a lavorare, non pensate ai soldi».
Per l'accusa è una frase estortiva. E' una concussione che D'Alfonso smonta ricostruendo così l'episodio più grave che gli contestano: «Dovevo inaugurare l'ex Aurum, avevo invitato le autorità e i cittadini. Era tutto pronto, mancavano però i manifesti. Mi arrabbio molto e invio quel fax a Brandolini».

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